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LE FOTO. L'ordinazione espiscopale di Mons. Olivero

10/10/2017 7:45

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Di Piergiacomo Oderda

Due “fuoriprogramma” nell’ordinazione episcopale di Mons. Derio Olivero. Secondo la rubrica, “il vescovo benedice tutta l’assemblea scendendo nella navata”, mentre l’assemblea diretta da d. Pierangelo Chiaramello canta “Lodate Dio”. Don Derio va oltre e arriva fino in piazza dove, stipata tra il Bar Roma e la facciata del Duomo, un’assemblea composta segue le oltre due ore di celebrazione.

Al momento del saluto finale, si assume la responsabilità, «sono vescovo, ragazzi!», per far intonare dal coro “Camminiamo nella luce del Signore” in africano.  «Nella chiesa ci sono tante lingue, tante culture, tante civiltà». Chiesa universale vuol dire che «la Chiesa è aperta a tutti!».

La festa inizia a Fossano davanti alla chiesa della Confraternita della Trinità, con gli abili sbandieratori “Principi d’Acaja” che sembrano proprio usciti da quel castello impresso nello stemma episcopale di don Derio. La processione sfila per via Roma con don Derio che alza i pollici in segno di gioia. Sarà molto più commosso, quando si siede tra i confratelli vescovi al termine della liturgia di ordinazione, sapientemente curata da fra Luca Gazzoni.

Già la preghiera di colletta dà il segno all’ufficio di vescovo, “guidi, con la parola e l’esempio, il popolo che tu oggi gli affidi”, un binomio che ritorna all’interno della preghiera eucaristica, “donagli la sapienza e la carità degli Apostoli, perché guidi il tuo popolo nel cammino della salvezza”. Il rito inizia con il canto “Veni creator”, “Accende lumen sensibus/infunde amore cordibus”. Almeno tre devono essere i vescovi ordinanti, mons. Cesare Nosiglia, in questo caso è il celebrante principale, insieme a mons. Debernardi, che ha preceduto don Derio sulla cattedra episcopale di Pinerolo e mons. Del Bosco, vescovo di Cuneo e Fossano.

Si dà lettura al mandato del Papa siglato lo scorso 7 luglio in cui si riconosce a don Derio una particolare esperienza in ecclesiologia e teologia pastorale e lo si invita a “pascere i fedeli con l’eloquenza persuasiva delle parole e l’esempio di una vita santa”. Torna nell’omelia tenuta dall’arcivescovo di Torino rappresentando uno dei capisaldi dell’ufficio episcopale, l’idea ribadita da papa Francesco nel convegno di Firenze, “ai vescovi chiedo di essere pastori, niente di più, questa sia la vostra gioia. Sarà la gente, vostro gregge, a sostenervi. Puntate all’essenziale, al kèrigma”, annunciare il Vangelo in ogni ambito di vita.

Mons. Nosiglia è vescovo da 26 anni in diverse diocesi e ricorda altri due «fondamentali doveri». Il primo è «quello che Gesù ci indica nella parabola della vite e dei tralci… la comunione, l’amicizia, la relazione, la frequentazione, la sequela del Signore Gesù sono basilari». «I discepoli del Signore sono uniti strettamente a lui, appartengono a lui, sono legati come i tralci all’unico tronco». Si lancia in una battuta, «A volte il nostro ministero pastorale è talmente carico di impegni pressanti e tutti urgenti e tutti ritenuti indispensabili che ogni giorno dovrebbe avere quarant’otto ore, non ventiquattro». Il secondo è «l’incontro e il dialogo fraterno e paterno insieme con i nostri presbiteri». Altra battuta, «hai sperimentato il prezioso servizio di vicario generale ma ti assicuro che il passaggio da vicario a vescovo non è immediato».

Un passaggio importante dell’omelia di Nosiglia riguarda il rapporto con la chiesa valdese. «Sei inviato ad una realtà in cui convivono in spirito di mutuo rispetto, dialogo, collaborazione, anche grazie all’impegno di mons. De Bernardi, la chiesa cattolica e la chiesa valdese». Ricorda le parole di Papa Francesco nella visita al tempio valdese di Torino nel giugno 2015: « I principali frutti che il movimento ecumenico ha già permesso di raccogliere in questi anni è la riscoperta della fraternità che unisce tutti coloro che credono in Gesù Cristo e sono stati battezzati nel suo nome. Occorre dunque riscoprire questa fraternità come dono e come impegno in ogni chiesa, in ogni comunità cristiana. Consente di cogliere il profondo legame che ci unisce nonostante le differenze». Ne deriva un’esortazione all’unità anche nelle nostre comunità e nelle nostre diocesi, uno spirito ecumenico “ad intra”.

Nel saluto finale, don Derio si aggancia probabilmente a questa sottolineatura scegliendo le parole di Bonhoeffer sulla cartolina distribuita ai fedeli presenti, «Tu che punisci i peccati e perdoni volentieri,/Onnipotente Dio, questo popolo io l’ho amato./ Aver portato la sua vergogna e i suoi vizi/ e aver intravisto la sua salvezza questo mi basta./ Sorreggimi Dio, il bastone vacilla». Un applauso parte spontaneo quando riprende “questo popolo io l’ho amato”. «Ho condiviso, aiutato a portare “vergogne e vizi”, cioè le fatiche che tutti abbiamo». Essere preti vuol dire camminare con la gente e aiutare a intravedere la salvezza. Quanto al bastone, al pastorale che ha scelto, «un bastone di legno grosso, bello solido. Rispetto alla responsabilità di un vescovo sono piccolo, piccolo, piccolo e “il bastone vacilla”».

Resta nella memoria, con un po’ di emozione, il testo dell’orazione che risale alla Tradizione di Ippolito del III secolo, “O Padre, che conosci i segreti dei cuori, concedi a questo tuo servo, da te eletto all’episcopato, di pascere il tuo santo gregge”.

Piergiacomo Oderda

Adesso, appuntamento a Pinerolo con la sua "nuova" comunità che avrà in Mons. Olivero il suo Pastore. 

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