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Il libro. “Tocco magico tango” di Riccardo De Torrebruna

11/05/2018 19:12

di Piergiacomo Oderda

«Non sono un critico letterario ma un portavoce dei lettori». Aldo Salassa, docente di storia all’Avogadro di Torino, pare giocare a rimpiattino con Riccardo De Torrebruna, autore del romanzo “Tocco magico tango”, per non svelare troppi dettagli del libro presentato alla libreria Bodoni di Torino. Salassa elenca le collaborazioni dello scrittore con registi quali Bellocchio, Piccioni, Cavani (ha recitato la parte di Pietro Cattani nel film “Francesco”). De Torrebruna ricorda un aneddoto, «in una scena in cui dovevo abbracciare il mio maestro» (Mickey Rourke impersonava Francesco), la controfigura da abbracciare era Massimo Ferrero, allora direttore di produzione, ora attuale presidente della Sampdoria; come prova, conserva gelosamente questa «foto compromettente». Attore e autore di teatro, la sua opera “Zoo paradiso”  è stata rappresentata a New York. Come mai la ripresa di questo romanzo? «Il direttore della casa editrice Ensemble era interessato a ripubblicarlo, una volta scaduti i diritti di Minimum Fax. Che faccio? Correggo refusi, cambio qualche aggettivo?». Il testo, uscito nel 2000, era «montato in modo differente». Le due parti del romanzo, «i giorni che ruotano attorno alla tragedia di Vermicino di Alfredino Rampi» nel 1981 e le vicende che coinvolgono il personaggio Nino Arcani nel 1994 nella prima edizione erano «a montaggio alternato come in un film», in una sorta di «sfida letteraria». Ora De Torrebruna ha ritenuto «più utile dal punto di vista del lettore tornare alla semplicità del racconto, per dare più profondità». Salassa ricorda «la diretta Tv durata tre giorni, il Paese intero col fiato sospeso». Rievoca «l’immagine del presidente Pertini che arriva con la sua forza d’animo, con la sua capacità empatica di capire i bisogni delle persone». E’ ancora «la diretta televisiva più lunga della storia», ricorda De Torrebruna, con cui «comincia la Tv del dolore, la spettacolarizzazione dell’evento tragico che fa da traino al riscontro dell’”audience”». Lo scrittore allora era in viaggio in posti diversi dell’Italia con una compagnia polacca, «quando scendevo dalla macchina ed entravo in un bar, tutte le persone erano incollate alla Tv. Quando sono arrivato a Salsomaggiore ho avuto un crollo emotivo alla notizia che il bambino era morto. Sentivo che c’era un debito mio personale in quella storia che andava saldato; di questa storia nessuno ha più voluto parlare». Si è creato un “rimosso collettivo”. «Nessuno voleva toccare l’argomento». Era difficile «scrivere un libro su quel momento storico dell’Italia senza avere un “feedback” dalle persone». Salassa suggerisce la metafora della «colonna sonora, più che raccontata direttamente la vicenda compare indirettamente con la voce della radio e della Tv». In quei tre giorni, il protagonista tredicenne «vive il senso di impotenza» spiega l’autore ricordando il tipografo Licheri «uscito di casa per andare a comprare le sigarette» per poi offrirsi in realtà per calarsi nel pozzo. Riuscì a toccarlo ma gli sfuggì e «la sua vita è cambiata, ha cominciato a vivere ai margini, finito come un barbone per non essere riuscito a realizzare il salvataggio». Un giovane speleologo per hobby, di professione proiezionista di un cinema ad Avezzano, fu l’ultimo a calarsi ai sessanta metri dove era sprofondato Alfredino, forse a causa dell’azione di una trivella che aveva scavato un pozzo parallelo. Salassa ripercorre l’attraversamento della «linea d’ombra dall’infanzia all’adolescenza» del protagonista. «Attraverso un registratore regalato ha bisogno di fissare pensieri, riflessioni; vuole riempire il vuoto di una figura paterna».

La voce registrata è un leit-motiv del romanzo, Nino  impara l’arte della registrazione da colui che ha quasi il ruolo di un fratello maggiore, Roberto (rubò un microfono dalla ditta dove lavorava per permettere ad Alfredino di farsi sentire). Nella seconda parte del romanzo, ha un ruolo importante l’Infedele, “ensemble” di nastri rubati alle segreterie telefoniche, tracce di vita che incantano il protagonista ormai trentenne.

Tornando a Nino adolescente, ordisce uno scherzo per smascherare la devianza di Cesareo, «il classico professore di latino che mette sempre in difficoltà». Questi ha una doppia vita ed è «fortemente attratto da Nino». Nella seconda parte del romanzo, il protagonista «deve saldare il debito» originatosi da un doppio trauma, la morte di Alfredino e l’episodio di violenza che ha subito dal professore. Roma diventa «qualcosa di più di uno sfondo della vicenda»; Nino cerca nel sottosuolo la chiave per venire fuori dai suoi problemi, «investiga gli abitanti del sottosuolo, “outsider, clochard”, chi campa vendendo i biglietti della lotteria». Nino ha un’ossessione, è convinto di un’oscura minaccia che lo perseguita e che prende le sembianze di un barbone che gira con uno stereo da cui risuonano le note di un tango. Da qui il titolo del romanzo insieme al negozio ancora esistente in V. Tiburtina. Vive una situazione allucinata, attira persone che corrispondono a questo stare “ai bordi” della società. «Si sente minacciato perché ha identificato il progetto di indebolire la volontà di ribellione delle persone, di avere una coscienza, la capacità di rendersi conto di quello che sta succedendo».

 Il pubblico si incuriosisce per l’uso del romanesco. Salassa lo raffronta a “Ragazzi di vita” di Pasolini. De Torrebruna si spinge a “Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana”  di Gadda che «ha usato il dialetto in maniera viva, creativa. E’ una lingua estremamente viva, “frigge”, ha un cinismo brutale. Pertinente e spietato, ha la capacità di essere pungente e divertente. Un linguaggio che va salvato». Ricorda la diatriba di Stefano D’Arrigo  con l’editore che insisteva per avere un glossario delle voci di siciliano. «La lingua ha la capacità di accendersi nella letteratura. La forza evocativa di quelle parole doveva essere sufficiente».

Nel finale dell’incontro torna prepotentemente la passione del teatro, «fare teatro mi obbliga a interrogarmi. Il teatro ha una funzione unica e insostituibile, chiede al pubblico uno sforzo in più, permette alle persone di stare insieme e fare qualcosa insieme». Un’educazione all’«empatia che crea comunicazione ed è un presupposto del fare qualcosa».

Nella foto da sinistra Aldo Salassa, docente di storia all’Avogadro di Torino e Riccardo De Torrebruna

Piergiacomo Oderda

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