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La storia di Carmela Castro: dal Perù a San Pietro Val Lemina. Tennistavolo “amore nella vita”

23/11/2018 10:02

 

di Giulia Marengo

 

Carmela è nata nell’autunno del 1979 a Cusco, in Perù. La strada che la porta dal sud America a San Pietro Val Lemina è lunga e impervia, tanti sono gli ostacoli e le fatiche; solo l’amore per il Tennistavolo non l’ha mai abbandonata.

 

Carmela, come e quanto ti sei innamorata del tennistavolo?

“Avevo circa 7 anni, vivevo a Cusco con i miei genitori, mia sorella e i miei due fratelli. Eravamo una famiglia di sportivi, pallavolo, downhill e motocross erano i nostri sport preferiti. Un giorno mio padre arrivò a casa con uno sgangherato tavolo da ping pong. Iniziammo così a giocare tutti i giorni a quello strano sport che però univa tutta la famiglia. Giocavo soprattutto con mia madre e i miei fratelli, ma il vero “iniziatore” di questa passione fu mio padre”.

 

Quando il tennistavolo, da semplice gioco praticato tra le mura di casa, è diventato sport agonistico?

“Un giorno a scuola la maestra ci disse che ci sarebbero stati i “giochi studenteschi” di ping pong, sapeva che io me la cavavo e quindi decise di iscrivermi alla gara. Alla manifestazione giocai bene, mettendo in difficoltà anche delle bambine che militavano nella squadra della città. Così attirai l’attenzione di un ragazzo iscritto nella società di Cusco; poco tempo dopo mi fece chiamare dal Presidente il quale convinse me e mia madre a iscrivermi.

I primi mesi furono intensi e duri, giocavo molto con scarsi risultati, il primo torneo nazionale a cui partecipai fu un disastro, poi, al secondo, riuscii finalmente a distinguermi”.

 

Hai mai avuto momenti di crisi in cui hai smesso di giocare?

“Certamente, ho continuato a giocare a livello agonistico fino a 16 anni, quando finii le superiori e iniziai l’Università. Mi ero iscritta a Scienze infermieristiche e non avevo più tempo per allenarmi così decisi di smettere. Poi, dopo circa tre anni, mi chiamarono dall’Università, dicendo che, essendo entrata con una borsa di studio sportiva, avrei dovuto partecipare ai nazionali universitari di Tennistavolo. Rispolverai la racchetta e, tornata in campo, mi resi conto di quanto mi fosse mancato quello sport e così, nonostante i sacrifici, ricominciai a giocare a livello agonistico, ottenendo anche ottimi risultati a livello internazionale”.

 

Dal Perù all’Italia la strada è lunga, come sei arrivata a Torino?

“Quando nel 2003 finii l’Università, il mio sogno ora quello di lavorare sulle navi da crociera come infermiera. Mia sorella però già da anni si era trasferita a San Gilio, vicino a Torino, e mi convinse a aggiungerla e cercare lavoro in Italia. Ricordo ancora quando atterrai a Torino il 13 giugno 2003. Indossavo un maglioncino perché in Perù era inverno. Secondo i bollettini metereologici, quello fu il giorno più caldo dell’estate”.

 

A Torino, hai avuto dei momenti difficili, una vita “casa-lavoro” che non sentivi tua, ancora una volta è stata la passione per il tennistavolo che ha dato una svolta alla tua vita, come?

“In una delle tante notti nel reparto dell’ospedale “Molinette” in cui lavoravo, quasi casualmente trovai su internet una società, il TT Torino, che organizzava allenamenti per tutte le categorie. Un giorno, mi feci coraggio, presi scarpe e racchetta e andai in palestra.

Così ricominciai ad allenarmi con una ragazza messicana che divenne mia compagna di squadra nel campionato di serie C. Una sera, la mia amica non venne ad allenamento, così l’allenatore mi mise a giocare con un ragazzo. Solo dopo capii che era tutto combinato. Francesco era da settimane che voleva trovare un modo di parlarmi e si accordò con il coach per farlo giocare con me.

Da quel giorno Francesco iniziò a chiedermi di uscire, ma io rifiutavo sempre. Poi, una sera, finito allenamento alle 20, dovevo cenare in centro per poi andare a fare la notte in ospedale, così gli chiesi di uscire. Bastarono poche ore per farmi capire che Francesco era una persona speciale. Ci spossammo dopo tre anni”.

 

Quale strada ti ha portato a San Pietro di Val Lemina?

“Io e Francesco abitavamo in un piccolo appartamento a Savonera. Mia madre si ammalò, io e mia sorella decidemmo di prenderci cura di lei, ogni due settimane veniva da me. Quando la malattia la fece rimanere sulla carrozzina, lo spazio in casa non era più sufficiente, anche Francesco, infatti, è sulla sedia a rotelle.

 I genitori di mio marito abitavano in una casa molto grande a San Pietro e possedevano un terreno, il sogno di Francesco è sempre stato quello di costruire una casa a “modo suo”, una casa su misura per tutti. Vendemmo l’alloggio di Savonera, ma i soldi non bastavano per costruire una casa tutta nostra, ci trasferimmo nella villetta dei miei suoceri che dividemmo in due, in attesa di costruire la nostra casa”.

 

Come ti trovi a San Pietro?

“Dopo una vita trascorsa in città, vivere qui mi ha fatto capire quanto sia meraviglioso vivere in mezzo al verde, nella pace e nella tranquillità, lontana da smog e traffico. Il paese è tranquillo ma accogliente, mi trovo molto bene. Non tornerei mai a vivere in città”.

 

Nonostante il trasferimento continui a giocare al TT Torino, in un campionato importante come la serie A2, come fai?

“Mi alleno il mercoledì a Torino; vado con Francesco che nelle stesse ore allena i giocatori paraolimpici. Al martedì vado a Verzuolo, dove c’è una grande società di tennistavolo, mi trovo bene e il livello degli allenamenti è molto alto. La fatica è tanta, ma ne vale sempre la pena”.

 

Nonostante i sacrifici, la passione per il tennistavolo non ti ha mai abbandonato, perché?

“Quando avevo 8 anni ho perso mio padre. Ho iniziato a giocare a tennistavolo grazie a lui, a quel tavolo mezzo rotto che un giorno aveva portato a casa. L’amore e il ricordo di mio padre sono strettamente legati a questo sport, ecco, quando gioco, sento vivo l’amore di mio padre”.

 

Quali progetti per il futuro?

“Qui a Pinerolo c’è una piccola società, ogni tanto vado a dare una mano, oltre che giocatrice ho anche il brevetto di secondo livello da allenatore. Mi piacerebbe trasmettere la mia passione per il tennistavolo ad altre persone, magari, inserendomi maggiormente nella società pinerolese e farla crescere. Comunque voglio continuare ad allenami perché credo di avere ancora le carte in regola per continuare a giocare ad alto livello e divertirmi.

Visto che è stato il tennistavolo a farci incontrare voglio continuare ad aiutare mio marito Francesco ad allenarsi e magari, un giorno, vederlo vestire la maglia azzurra e rappresentare la nostra nazione. Questo sarebbe il mio sogno più grande”.

 

Giulia Marengo

 

 Nella foto Carmela Castro

 

 

 

 

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