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Cenni di vita monastica medioevale " Ora et Labora" Abbazia Santa Maria di Cavour

07/02/2019 18:13

Parte prima

 

di Dario Poggio

Più di mille anni sono trascorsi dalla sua fondazione eppure l'Abbazia di Santa Maria di Cavour continua anche oggi ad irradiare tutto il suo fascino, tutto il suo discreto, mistico splendore.

Manufatto religioso di primaria importanza storica/architettonica riunisce in se tre chiese, tre stili diversi e sovrapposti sulla medesima struttura: la stupenda cripta paleocristiana con l'altare più antico del Piemonte, il campanile romanico e la chiesa barocca; il tutto risulta fuso in un complesso architettonico integrato e misurato.

L'Abbazia godette nel corso dei secoli periodi di notevole prosperità ma anche di povertà e decadenza e fu sottoposta a distruzioni e saccheggi. Come istituzione religiosa cesserà di esistere nel 1855. Nel 1961, in grave stato di degrado ed abbandono, il complesso venne acquistato dal Comune di Cavour che tramite la Soprintendenza ai beni Ambientali ed Architettonici eseguì lavori di restauro negli anni 1962/64 consentendo la riapertura della Chiesa il 6 settembre del 1964. Nel 1968 la Pro Loco di Cavour iniziò la collaborazione con il Comune per la gestione dell' Abbazia. Nel 1980 il complesso abbaziale entrò a far parte del Parco naturale della Rocca di Cavour.

Successivi interventi di restauro furono eseguiti dal  1978 al 2006 recuperando anche l'ex monastero benedettino (oggi sede del Museo “Caburrum” e di alcuni spazi e locali polivalenti adibiti per convegni e meeting) che, con la Chiesa, il parco ed altri edifici accessori costituivano l'intera Abbazia.

Dopo un periodo di gestione affidato all'Associazione cavourese degli "Amici della Rocca" oggi il complesso è affidato all'Associazione  culturale " Anno Mille" con

l’obiettivo di far conoscere e apprezzare il patrimonio storico-artistico e archeologico del territorio cavourese promuovendo l’accoglienza e la formazione turistica, storica e artistica.

Ma quello che oggi voglio tentare di descrivere, non è il pregevole e storico complesso abbaziale e museale, ma quella che un tempo doveva essere la vita al suo interno, in un sereno trascorrere d’ore in una equilibrata sintesi tra momenti di preghiera, studio e lavoro.

A Cavour, nel secondo secolo d. C. esisteva già una chiesa, cioè una comunità di Cristiani alla quale facevano capo i villaggi vicini: si trattava di un importante monastero priorato dei monaci Agostiniani che erano fuggiti dall’Africa.

Ma un altro fatto conferma l’importanza della Cavour religiosa: una lapide del V sec. d. C. che parla di S. Proietto Vescovo, lapide che attesta Cavour come sede di Vescovado.

 

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Ed ancora nell’anno 1037 il Vescovo Landofo di Torino, dalle macerie di precedenti distruzioni, faceva sorgere un altro edificio religioso, fondando così una delle prime Abbazie Benedettine del Piemonte, con il nome di Santa  Maria e dotandola di vasti possedimenti.

 Più in particolare, in virtù di donazioni, lasciti e consegnamenti nel corso degli anni l’Abbazia cavourese ebbe in dote notevolissimi possedimenti che si estendevano a nord –ovest nelle terre di Campiglione Fenile, Garzigliana, Macello, Osasco, Pinerolo, val Pinasca con diritti di decima fino a Cesana; a ovest i mansi di Bagnolo; a est e a nord – est beni in Cercenasco, Scalenghe, Castagnole, Virle, Carmagnola, Celle, Montosolo, Peralba, Montaldo Torinese e possedimenti in Torino stesso; a sud - est Polonghera, Racconigi, Murello, Cavallermaggiore, Quaranta, Melareto, Centallo e Romanisio; a sud –ovest la corte di Roncaglia, Soave e beni nel Saluzzese oltre ai possedimenti in Valle Varaita: Falicetto, Piasco, Brossasco, Val Mala, Frassino, Sampeyre, Casteldelfino e Pontechianale.

L'Abbazia di Santa Maria di Cavour era Benedettina (Ordine dei Benedettini neri) e quindi la sua comunità era assoggettata alla " Regola "monastica per eccellenza quella di San Benedetto da Norcia, regola che dettava e detta ancor oggi norme ben precise di comportamento (Ora et labora).

La "Regola", insuperato modello di ordinamento monastico, fornisce, infatti, modalità e consigli sia spirituali sia di vita pratica richiamando ad una vita comunitaria basata sull'amore verso i confratelli che si svolge al ritmo della preghiera, della ricerca contemplativa dell' Unum necessarium ma anche dell'umile lavoro manuale dei monaci.

La vita monastica veniva di fatto modellata come quella di una famiglia cristiana unita ed organizzata.

La comunità era normalmente costituita dall’Abate (il severo ma paterno capo spirituale e materiale dell'Abbazia; la storia ci consegna i nomi di oltre cinquanta Abati che si succedettero dal 1037 al 1852 a Cavour), L'Abate è sicuramente la figura principe del monastero: " Egli è ritenuto, infatti, colui che nel monastero fa le veci di Cristo... e sappia che chi si assume il compito di governare anime deve prepararsi a renderne conto.  Viene eletto o da tutta la comunità unanime o da una parte in virtù di un più sano giudizio e sappia che dovrà servire più che comandare" - così recita la Regola d Benedetto.  Secondo solo all'Abate e generalmente da lui nominato era il " Priore".  Al Priore competeva la responsabilità e il governo delle questioni più concrete e quotidiane legate alla vita del monastero. Vi erano poi i monaci (in ogni Abbazia possibilmente almeno in numero di 12), i novizi (giovani destinati a diventare dopo un periodo di preparazione monaci essi stessi), i conversi (laici specializzati in lavori manuali), i famigli (semplici servitori); saltuariamente vi erano poi degli ospiti alloggiati nella foresteria (uno o più locali annessi al monastero) che erano quasi sempre pellegrini in viaggio verso Roma o verso qualche importante Santuario oppure altri monaci o preti in viaggi di trasferimento.

Come si evince da quanto sopra l’investitura di Abate comportava un notevole potere spirituale ma anche... materiale (non certo trascurabile l'importanza dei beni fondiari e dei diritti feudali annessi ad ogni Abbazia) che sovente poteva scatenare terribili dispute tra i poteri istituzionali politici-religiosi dell'epoca ed in particolare tra quelli facenti capo al Vescovo di Torino e delegati in loco all'Abate di Santa Maria di Cavour e quelli delegati al Dominus Comitale (il castellano della Rocca) che rispondeva invece ai conti di Savoia (vedi le diatribe riportate sui "Rotoli " della Castellania di Cavour custoditi presso l'Archivio di Stato di Torino).

I tempi, lo sappiamo, erano bui, i pericoli molteplici, le poche strade insicure ed infestate spesso da bande di briganti armati ed i monasteri, cinti da mura e popolati da numerosi monaci (i quali non erano di norma armati ma disponevano però di nodosi bastoni che ben sapevano all’occorrenza usare), rappresentavano, sovente, un sicuro rifugio per gli stanchi ed affamati viandanti.

Per contro, la tradizione popolare riporta l’aneddoto che nei primi anni del milleseicento una banda di briganti s’impossessò della Abbazia di Staffarla trucidandone i monaci; questi banditi poi, travestiti da monaci, accoglievano gli ignari pellegrini derubandoli d’ogni avere ed uccidendoli senza pietà.

 Secondo solo all’Abate (ed eventualmente dove vi fosse anche al Priore) nella gerarchia dell’Abbazia, era il monaco “camerario” il quale svolgeva l’importante ruolo di tesoriere o cassiere riscuotendo gli affitti e le decime per i terreni dati in coltivazione, gestendo i lasciti di cui alcune volte beneficiavano le abbazie ed incamerando i pagamenti per le vendite dei prodotti manufatti dai monaci stessi (il più noto era il miele, usato nel medioevo come unico dolcificante).

 

 

                                                                          Dario Poggio

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