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Appuntamento da non mancare. Dante a Verzuolo: un tesoro dimenticato

19/02/2019 21:36
Di Giulia Marengo
Dante a Verzuolo: un tesoro dimenticato
 
Se passeggiando nel corridoio degli uffici al secondo piano del Comune di Verzuolo, qualcuno alzasse lo sguardo alle pareti, vedrebbe esposte alcune foto che rappresentano dei testi scritti su una carta vecchia, in uno stile antico e di difficile comprensione. Privi di alcuna didascalia, nessun cittadino verzuolese immaginerebbe mai che quelli altro non sono che versi del Purgatorio di Dante scritti del XIV secolo, i cui originali, di valore inestimabile, sono custoditi in una cassaforte poco “forte” e molto vecchia a due passi da loro.
La storia della loro scoperta è tanto avvincente quanto tristemente dimenticata da tutti.
 
Verso la fine del 1800, durante la catalogazione dell’Archivio Civico del Comune di Verzuolo, Alberto Savio, farmacista e intellettuale per passione, mentre esaminava il volume degli Ordinati del 1603 che raccoglieva gli Atti Municipali di quell’anno; venne attratto dal foglio che l’avvolgeva. Osservandolo con attenzione vide che si trattava di due pergamene su cui erano manoscritti dei passi della Divina Commedia: li recuperò e custodì nell’Archivio nel paese.
Questa importante scoperta rimase però sconosciuta ai dantisti e agli studiosi di letteratura italiana per circa vent’anni, poi l’Università di Torino richiese in prestito le pagine manoscritte per poterle studiare approfonditamente. 
La piccola comunità intellettuale verzuolese, dopo un anno che le pergamene si trovavano a Torino, cominciò a reclamarne la restituzione. In prima linea si schierò Giovanni Fissore, socio del Mulino «Fissore e Sandri», sito in Verzuolo, fondato con i fratelli Sandri nel 1884. Antiquario per passione, una volta riuscito a riottenere le pagine del codice, le fotografò e le raccolse in un sottile volumetto che, nel 1922, in occasione delle nozze del figlio Romano, regalò a tutti gli invitati.
Negli anni successivi, la Commedia riposò nell’Archivio Comunale senza suscitare interesse. Eppure, in quegli anni di apparente sonnolenza, un fermento solitario continuò ad alimentarsi: presso la Biblioteca Civica di Cuneo è infatti custodito un album fotografico, di sconosciuta origine e datazione, ma che presenta come didascalia «Dono di Giovanni Fissore». All’interno sono contenute le fotografie dei fogli del codice dantesco verzuolese, e, del tutto inaspettatamente, i frammenti sono non 2 ma 4.
 Da ciò si può desumere che Alberto Savio, tra il 1921 ed il 1936, anno della sua morte, avesse continuato la ricerca di altre pergamene e avesse effettivamente trovato altri documenti. I due nuovi fogli scoperti fungevano da copertina al libro dei Conti del 1603. La coincidenza di date del volume degli Ordinati e del libro dei Conti sembra confermare che proprio in quell’anno fossero stati utilizzati dei fogli “spulciati” da un manoscritto nel XIV secolo della Commedia per foderare i libri del Comune. Forse per timore di essere nuovamente privati del loro “patrimonio”, o forse per la piacevolezza di custodire un prezioso segreto, il circolo colto verzuolese non diffuse la notizia di questo ritrovamento se non a una ristretta cerchia elitaria, com’è dimostrato dal dono di Giovanni Fissore alla Biblioteca di Cuneo.
 
Nel 1965, in occasione del VII centenario della nascita di Dante, la Biblioteca Civica di Torino chiese nuovamente in prestito al Comune di Verzuolo le pergamene. La guida alla mostra indicava l’esposizione di due pergamene della seconda metà del Trecento, eppure i documenti consegnati alla Biblioteca furono sicuramente quattro. Gli organizzatori della mostra, basandosi sugli ultimi studi, non si accorsero della presenza duplicata dei documenti consegnati. 
 
Negli anni successivi le pergamene della Commedia di Verzuolo rimasero relegati nella cassaforte comunale, i pochi che se ne interessavano facevano affidamento alle ultime recensioni che necessitavano invece di essere aggiornate. Anche l’ACV (Associazione per la tutela del patrimonio culturale verzuolese), in occasione dell’allestimento dell’opera Verzuolo, percorsi di arte e storia, volta a porre i riflettori sul patrimonio del paese, nel descrivere le pagine dantesche si affidò ai precedenti elaborati. Quando, però, alcuni membri dell’associazione ebbero modo di osservare i reperti personalmente, si resero immediatamente conto che erano di quantità esattamente doppia rispetto alle loro aspettative. 
Nel 1991 l’ACV, consapevole della necessità di diffondere questa straordinaria scoperta, si impegnò in uno studio mai compiuto in precedenza e pubblicò un fascicoletto in cui si presentava la ricostruzione storica e la trascrizione del testo delle pergamene. Purtroppo la pubblicazione non produsse l’effetto desiderato ed i documenti continuarono e continuano tutt’ora a rimanere chiusi in una cassaforte sempre più vecchia e cigolante, dimenticati dai più anziati e sconosciuti dai più giovani.
 
Come sia possibile che nel 1603, nel Comune di Verzuolo ci fosse un codice, o perlomeno un fascicolo della Divina Commedia, è una domanda tanto stuzzicante quando di difficile risposta. Facilmente spiegabile è il motivo per cui questi fogli siano stati utilizzati per “foderare” dei libri contabili: la pergamena infatti era un materiale molto costoso ma decisamente resistente, perfetto per proteggere libri e fascicoli in carta, molto più sensibile al tempo.
È difficile dire come un manoscritto dantesco possa essere giunto in un piccolo paese agricolo come Verzuolo, però pare altrettanto doveroso sfatare quel pregiudizio secondo il quale nelle piccole comunità prettamente agricole, la cultura e le arti fossero pressoché inesistenti.
Non si deve infatti dimenticare che nella seconda metà del ’400, Lagnasco, piccolo paese a due passi da Verzuolo, era un importante polo culturale grazie alla presenza di Stefano Talice, grande studioso e amante di Dante. Alcuni storici sono convinti che in quell’epoca, proprio a Lagnasco si tenessero delle letture pubbliche della Commedia e che il pubblico giungesse da tutto il Marchesato di Saluzzo. Non è del tutto impensabile che la Commedia verzuolese potesse arrivare dal vicino paese, dove nel 1474 Dante era presente e, potrebbe anche arrivare dalla biblioteca stessa di Stefano Talice, grande appassionato di Dante.
Altri studiosi ipotizzano anche che la Commedia potesse essere arrivata nella biblioteca del Castello di Verzuolo, allora facente parte del florido Marchesato di Saluzzo, dalla Francia.
 È doveroso ancora menzionare l’importante ruolo svolto dagli ordini religiosi nel Medioevo per la conservazione e diffusione della letteratura, non solo religiosa ma anche laica. Grazie al capillare lavoro di monaci amanuensi e missionari giramondo, molte opere letterarie non solo si sono salvate da un’inesorabile estinzione, ma hanno anche raggiunto gli angoli più nascosti del continente europeo e non solo. Anche a Verzuolo erano presenti diversi ordini religiosi: domenicani, e cappuccini che potrebbero dunque aprire un’altra possibile via per l’arrivo del codice dantesco nel paese.
Se è vero che nei paesi situati nel territorio del Marchesato di Saluzzo, la popolazione viveva basandosi prettamente sull’agricoltura e l’analfabetismo raggiungeva livelli altissimi, è anche vero che nelle piccole corti situate nei castelli di Verzuolo, Manta, Lagnasco, Costigliole e molti altri, la vita culturale e intellettuale veniva coltivata con cura e attenzione. 
Provando a usare un po’ di spensierata immaginazione, perché mai i versi di Dante non potrebbero essere echeggiati tra le mura di questi castelli, e magari un codice si sarebbe anche potuto fermare nella fornita biblioteca del Castello di Verzuolo, per poi arrivare, qualche secolo dopo, nel Municipio del paese come “carta di recupero”. 
Se si volesse cercare qualche indizio, probabilmente lo si troverebbe tra la terra e le macerie cadute il 18 giugno del 1916 a seguito del crollo di una delle due torri quadrate del Castello di Verzuolo, in realtà ormai spogliato di arredi e camini, dai Conti caduti in disgrazia. 
Con essa sprofondò infatti buona parte dell'antico Archivio. Molti documenti vennero distrutti: in questa torre erano custodite oltre sedicimila lettere riguardanti la storia del Piemonte e della Francia dal 1500 al 1800, migliaia di libri e suppellettili di elevato valore storico. 
Nel 1938 venne demolita la rimanente torre quadrata (detta dell'orologio), la torre del Belvedere e tutta l'ala annessa, sparì così tutta la facciata più bella del Castello e con essa una corposa fetta di storia.
 

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