Facebook Twitter Youtube Feed RSS

FOTO "Volevo fare il macchinista di un treno!" Mons. Nosiglia all'Avogadro

25/02/2019 21:51

LE FOTO NELLA FOTOGALLERY

di Piergiacomo Oderda

Il Dirigente Scolastico dell’Avogadro accoglie con un abbraccio simbolico l’Arcivescovo in visita pastorale:  «non possiamo farlo fisicamente perché siamo in troppi, mi piacerebbe che sentisse la nostra vicinanza e la gratitudine per quanto fa in diocesi e oggi in particolare con noi». Mons. Nosiglia esordisce in tono colloquiale e ritorna spesso ad episodi della sua biografia. «Mi chiamo Cesare, sono vescovo di Torino da otto anni e mezzo. Sono stato vescovo a Roma tredici anni accanto a un Papa che mi ha fatto vescovo. Il papa sceglie un prete e lo fa membro di quel gruppo di sacerdoti che fa da punto di riferimento per tutta la chiesa cattolica». E’ san Giovanni Paolo II ad incrementare la sensibilità sul mondo del lavoro che mons. Nosiglia ha recepito dal papà. «Mi sono sempre interessato e coinvolto nel mondo del lavoro perché già da piccolo sono stato educato da mio padre a quest’attenzione . Mio padre non era un imprenditore, era un operaio della Piaggio. Quando vado a fare la visita alle parrocchie, cerco sempre di andare a conoscere qualche azienda presente nel territorio». Il papa ha scritto un’enciclica (“Laborem exercens”) dove «parla di chi lavora, delle persone. Al centro del lavoro c’è una persona umana che ha bisogno di essere accolta nella sua dignità, di essere promossa, di essere accompagnata a trovare quel lavoro che dà il senso di sentirsi utile alla comunità. Mette al centro la necessità di giustizia perché il lavoro è un diritto fondamentale, decisivo. Mettere al centro la persona vuol dire valorizzare al massimo le sue competenze.  Per lavorare al giorno d’oggi bisogna imparare a fare squadra, all’interno di qualsiasi impresa quello che conta non sono solo le tue competenze personali individuali ma devi dare il tuo contributo perché cresca una realtà sempre più umana, sempre più sociale». L’Arcivescovo descrive il progetto “Agorà”. «Una cosa che ho cercato di fare qui a Torino è unire insieme tutte le componenti del mondo del lavoro, i sindacati, le imprese, l’Unione Industriali, la chiesa e la scuola». La parola greca significa «piazza, dove si riuniva la gente, ognuno presentava le sue cose, gli altri ascoltavano, interloquivano a gruppetti». Sul tema “giovani e lavoro” «abbiamo fatto una tavola rotonda con la presenza di cinque giovani che hanno parlato di come dopo la scuola sono riusciti a entrare nel mondo del lavoro o non sono riusciti. La formazione è l’investimento più prezioso in riferimento al lavoro, alla vita sociale di ogni persona. Vale la pena insistere sulla formazione di qualità. Se non sei qualificato, difficilmente entri nel mondo del lavoro. C’è bisogno di qualificazione, di competenze e di coscienza. Quando vai a lavorare c’è bisogno di etica». Il territorio di Torino ha sofferto in modo particolare della crisi economica, cita il problema dei “Neet”, coloro che «né studiano, né lavorano, sono scoraggiati. Bisogna che ci sia uno scossone di coscienza e di grande impegno da parte di tutto il mondo industriale, politico, ecclesiale. Tutti insieme per dare una risposta a questi giovani, altrimenti c’è il rischio di bruciare delle generazioni». In una decina di territori sono stati attivati dei laboratori che aiutano i giovani a prendere coscienza delle imprese del territorio, entrano per fare esperienza concreta di lavoro, «molti hanno trovato lavoro».

Si sottopone ad alcune domande degli studenti. Gli chiedono innanzitutto cosa ne pensi dei giovani. «Papa Francesco, nell’ultimo sinodo, nella messa finale a San Pietro ha detto rivolto a tutti i giovani che erano presenti: “la Chiesa vi chiede perdono perché non vi ha ascoltato!”. Bisogna mettersi in atteggiamento di discepoli dei giovani, non di maestri. Sono stato tre volte alla movida a San Salvario. E’ giusto cercare di capire, di comprendere il perché di certe scelte, di certi atteggiamenti. Senza giudicare dall’esterno, perché quando tu giudichi una persona dall’esterno hai dei pregiudizi. Bisogna rispettare una persona nelle sue scelte anche se a volte ti possono sembrare sbagliate. Ho una stima grande dei giovani, dei ragazzi di oggi. Bisogna stare attenti a non lasciarsi trascinare su strade che coartano la propria libertà, mantenere la libertà di saper criticare in modo positivo quello che vogliamo rinnovare. Il compito dei giovani è quello di rinnovare». Apre una parentesi sui “social”, «i rapporti virtuali sono importanti ma non è come i rapporti personali. Se trovo una persona con cui parlo, mi confronto è meglio che scrivere su facebook. Meglio avere uno, due amici reali con cui giochi a pallone, fai i compiti, le relazioni concrete valgono di più». Mons. Nosiglia riafferma il principio emerso dal sinodo: «I giovani hanno tanto da dire alla chiesa, tanto da dare». E’ consapevole della necessità di rinnovare la chiesa: «nella mia vita ho sempre cercato di ascoltare persone atee, persone distanti da Dio che non si interessano di religione, può darsi che loro mi stimolino a capire meglio per avere un linguaggio adeguato per parlare di ciò che ritengo importante, senza escluderli in principio». La seconda domanda intende scandagliare la nascita della vocazione di mons. Nosiglia. «Quand’ero ragazzo volevo fare il macchinista di un treno. Come mai? Mio padre prendeva il treno da ragazzo e andava a lavorare a Genova alla Piaggio. Poi tornava al mio paese, Campo Ligure. Nella mia testa di ragazzo, era un mestiere utile, aiutava gli operai ad andare a lavorare. Quando sono diventato più adulto, i miei genitori mi consigliavano di andare all’università, acquisire una professione più redditizia di quella di mio padre. Medico, avvocato, ingegnere…Li ho spiazzati! Ho ritenuto importante prendere in considerazione la possibilità di farmi prete. Come mai è uscito fuori questo nel mio cuore? E’ una cosa misteriosa, non è facile dirlo. Mi ha suggestionato il mio vice parroco, prete giovane che era sempre con noi. Curava i poveri, il rapporto con la gente. Si metteva al servizio degli altri ventiquattr’ore su ventiquattro. E’ stata una scelta che mi sono sentito di fare. Sono credente, Dio mi ha creato, mi ha gettato nel mondo, mi ha fatto capire che questa poteva essere la mia strada. Sono entrato in seminario. Sono stato fatto sacerdote a ventitrè anni, sono andato a Roma». Aggiunge qualche consiglio: «E’ molto importante avere qualche persona vicino, genitori, docenti che possono indirizzarvi sul vostro futuro per quanto riguarda la scuola o altri aspetti, ma alla fine dovete essere voi a decidervi. Dovete prendere in mano la vostra vita e prendere decisioni che possono essere anche non facili o sbagliate ma sbagliando si impara! Le sconfitte fungono da volano, vi permettono a volte di prendere in mano in modo più forte e deciso la vostra vita. Bisogna conquistarsi il proprio domani. L’avventura della vita è bella, se non ci fossero incertezze, difficoltà,momenti di scoraggiamento non sarebbe vita». Uno studente prova a stuzzicare l’Arcivescovo: «Cosa ne pensa delle guerre per cause religiose?». «I terroristi che gridano “Allah akbar” non possono essere chiamati musulmani. Conosco tantissimi di questa religione, parliamo, dialoghiamo, vogliamo costruire un mondo di pace, comunione, unità. E’ successo nella storia che ci fosse contrapposizione tra una religione e l’altra. Ora le cose sono cambiate. Giovanni Paolo II è stato il primo papa che ha riunito ad Assisi i rappresentanti di tutte le principali religioni del mondo per essere autori di pace. C’era la guerra del Golfo che l’America faceva nel Golfo Persico. Era un momento delicato della storia mondiale. Le religioni devono unirsi e educare i loro fedeli al tema della pace, a costruire ponti di amicizia, dialogo, confronto.  A Torino abbiamo una situazione importante e significativa. C’è una tradizione di accoglienza, rispetto, dialogo, impegno reciproco. Vado nella sinagoga, nelle moschee, nei templi buddhisti. Con i valdesi e gli ortodossi abbiamo momenti di preghiera e di verifica su quello che possiamo fare per rendere la città aperta, accogliente che non ha paura dei diversi. Il mondo di domani è pluralista, interculturale, interreligioso, interetnico, questo “inter” significa qualcosa che ti unisce, sentirci responsabili gli uni degli altri. E’ un grande impegno delle religioni per far sì che anche la società arrivi a questo, la religione non è chiusa in se stessa, porta la gente a vivere in maniera diversa. Su questo si gioca il futuro dell’umanità. Mi auguro che voi giovani sappiate di essere parte di questo rinnovamento sociale!». Conclude con il ricordo di una passeggiata mattutina a Gaza, in Palestina. «Alla mia destra c’erano le rovine della città distrutta dai missili, dalle bombe. Dall’altra parte, una marea di ragazzi della vostra età che andavano a scuola, al mattino presto, contenti, con le cartelle. Alla mia destra c’era il mondo vecchio che pensa di costruire il domani con le bombe, il potere, un mondo di morte. Di là il mondo nuovo, ragazzi che vanno a scuola perché sanno che la cultura dà loro la possibilità di costruire un mondo nuovo. Dove c’è la cultura c’è la dignità, la libertà, la possibilità di capire la cultura di un altro. Voi fate parte di questo mondo nuovo, lo costruirete migliore di quello di oggi».

Piergiacomo Oderda

Commenti