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Avogadro con Paola Caccia, figlia del Procuratore di Torino, Bruno, assassinato nell' 83

23/03/2019 16:17

di Piergiacomo Oderda

«Potrei andare via perché avete già detto tutto, mi sono commossa». Paola Caccia, figlia del Procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, assassinato il 26 giugno 1983, reagisce così ai versi composti dalla classe 1^B dell’Istituto Avogadro di Torino (“Viviamo di movimento”). Grintosa, prima di salutarci, estrae dal cestino dei rifiuti due teglie di alluminio, non se ne va via prima di averci esortato alla raccolta differenziata.

Ricordi del papà. «A noi piace ricordarlo come un magistrato,  il suo lavoro l’ha sempre fatto con grande naturalezza. Noi non ci siamo accorti neanche che facesse qualcosa di  così importante. In casa non parlava mai del suo lavoro per due motivi, uno per mantenere una certa riservatezza sulle indagini, l’altro per tenerci al di fuori delle sue preoccupazioni. Era una persona semplice, a cui piaceva lo sport, sciava, giocava a tennis, camminava velocissimo che nessuno riusciva a stargli dietro. Era molto bravo come ortolano!». «Non ricordo un castigo, un divieto, una punizione, ci ha educato con l’esempio e parlando. Tornava a pranzo, un pisolino di dieci minuti e ripartiva. A tavola si discuteva, si commentavano le cose, questo va bene, questo non è giusto. Abbiamo continuato a pensare “cosa avrebbe detto papà?”, come ci avrebbe consigliato, come avrebbe agito».

Dopo che è stato ucciso, «non riuscivo neanche a parlarne, non mi interessava perché fosse stato ucciso perché era troppo quel dolore. Avevo già due bambini piccoli e mi sono data un obiettivo, educare bene questi bambini, che avessero un ambiente sereno, ricevessero quei valori che ho ricevuto io. Poi questo grosso dolore che avevo dentro si è trasformato piano piano in una specie di orgoglio. Sapere che mio padre era morto perché era un magistrato onesto, integerrimo, ha rappresentato in seguito per me un motivo di fierezza e anche di forza d’animo». Racconta un episodio simpatico, «non sapevo che grado avesse. Una volta ha telefonato a casa il giudice Caselli. Mi ha detto “Buongiorno, c’è il Consigliere?”. “No, ha sbagliato numero”. Di grado era Consigliere di Corte d’appello. Manco lo sapevo».

Cascina Caccia. «Domenico Belfiore è stato condannato all’ergastolo come unico mandante di quest’omicidio; è una cosa ridicola perché questo signore aveva trent’anni, non è certo l’unica persona responsabile. A questa famiglia hanno confiscato la casa perché era stata acquistata con denaro illegale che proveniva dai loro crimini. Ci hanno messo dieci anni, non volevano darla, hanno spaccato tutto prima di andarsene per rendere la vita difficile a questi ragazzi che subentravano per gestirla ma anno dopo anno i ragazzi l’hanno quasi rifatta, hanno sistemato i campi vicino, piantato i noccioli, fanno il torrone, il miele. E’ intitolata a mio padre e a mia madre, Carla, che per venticinque anni si è dannata l’anima per cercare di ottenere  giustizia e per farlo ricordare. Fanno tante cose per la comunità locale, corso di pittura, scambi di vestitini per i bambini piccoli, feste con musica. Il logo è una bellissima foto, loro che ballano con gli scarponi da montagna, appena sentivano una musica si mettevano a ballare!».

«Due parole sul fatto che non abbiamo ancora ottenuto giustizia del tutto. Il primo processo ha portato a mettere in prigione, all’ergastolo questo capo della ‘ndrangheta di quei tempi. A quei tempi non si poteva neanche immaginare che ci fosse già la mafia, la ‘ndrangheta. Si diceva il clan dei calabresi e il clan dei catanesi come se fossero dei gangster malavitosi. Non si era capito che già facevano dei grossi traffici di droga, rapivano  e chiedevano il riscatto. Rapivano qualcuno di famiglia ricca, li portavano in Aspromonte, in Sardegna, in posti isolati, i parenti disperati vendevano le case, facevano di tutto. La cosa che non mi è piaciuta proprio e che tuttora mi fa arrabbiare: nel processo non hanno mai ascoltato i colleghi di mio padre, quelli che stavano lavorando con lui. A Milano non hanno mai chiesto ai colleghi di mio padre, “cosa stavate facendo? Il procuratore pensava qualcosa, aveva dei sospetti?”. Mio padre si stava occupando nell’ultimo mese di un grosso fatto di riciclaggio di denaro sporco siciliano soprattutto. Abbiamo riletto gli atti del processo Caccia (sono ventitre faldoni!). Stavano indagando su questa pista, il riciclaggio di denaro sporco al casino di Saint Vincent. Secondo noi è per quello che è morto». Nel proseguo delle indagini che coinvolgerà anche  i casinò di Campione e Sanremo sparirà la parola “riciclaggio”. «Nel 2013, abbiamo scritto una lettera alle istituzioni “basta ricordarlo, facciamo anche qualcosa!”. Un avvocato di Messina ci ha telefonato, “Guardate che ho un indizio molto importante per il vostro caso!”. Ha presentato tre volte la richiesta di riaprire le indagini, le prime due volte sono state cestinate. La terza volta hanno riaperto le indagini ma contestualmente è stato mandato a casa Belfiore perché era moribondo. Hanno fatto di nuovo in modo di trovare un altro che era amico di Belfiore e mettere dentro anche quello ». Paola Caccia sostiene che Rocco Schirripa fosse responsabile di poco, «faceva da palo, da autista, magari ha anche sparato. Ma a noi interessa sapere cosa c’era sopra, perché è stato ucciso. Loro hanno eseguito questo omicidio ma siamo sicuri che sopra c’era qualcosa d’altro. Sono cambiati i vertici della procura di Milano, speriamo che la nuova direzione distrettuale antimafia si interessi del nostro caso. Io mi sento in dovere di cercare con tutte le forze di capire quello che è successo. Molti omicidi di mafia sono collegati l’uno all’altro, ci sono le stesse persone, gli stessi obiettivi».

Accenna al problema dei magistrati corrotti, non teme di fare nome e cognome. «Luigi Moschella, collega di mio padre, faceva lui i traffici, da ricettatore dei corpi di reato, delle cose rubate». Rievoca i tempi delle Brigate Rosse. «Mio padre era il primo a cui sono state affidate delle indagini quando avevano rapito a Genova un collega magistrato, Mario Sossi nel ‘74. I rapitori minacciavano di ucciderlo e volevano che si liberassero in cambio una decina di loro compagni brigatisti. “Non se ne parla neanche di venire a patti con i terroristi!”. Avevamo i poliziotti nell’androne di casa, sul pianerottolo a sorvegliarci. Mia sorella che era piccola la accompagnavano a scuola in borghese. Mio padre diceva a mia mamma, “se per caso mi rapiscono non chiedete che sia liberato. So a cosa vado incontro, l’ho scelto io”. La scorta non la sopportava, i ragazzi poi ci hanno raccontato che lui diceva “io vado a piedi seguitemi da lontano”, si fermava a chiacchierare con i negozianti lungo la strada». Una domanda solleva la questione più importante nell’animo dei parenti di vittime di mafia, di ingiustizie, «se bisogna andare lì, spaccare tutto, protestare, rompere le scatole invece di dedicarsi alla memoria. A periodi mi passa la voglia, sono soprattutto i miei figli che mi hanno dato la forza. All’inizio ci pensava mia mamma, è andata da magistrati che conosceva, a Roma, al Ministero, ha rotto le scatole perché se ne parlasse in televisione, per una quindicina d’anni, forse venti nessuno ne ha parlato. C’è stata una “damnatio memoriae”, secondo il mio avvocato non si voleva sollevare niente perché dietro c’è qualcosa». L’associazione “Libera” l’ha spinta a raccontare. «All’inizio facevo una fatica bestiale, dicevo due frasi poi mi commuovevo. Lo considero come un impegno personale che forse può servire a qualcosa. Sono anch’io un’insegnante, uno deve seminare e provare a comunicare qualcosa di positivo». Invita i ragazzi a «informarsi, sapere come vanno le cose, cosa succede» ma soprattutto ad essere consapevoli che «essere onesti e fare il lavoro in modo corretto deve essere un vanto, se uno vede che qualcosa non va lo deve subito dire, deve farsi coraggio».

Piergiacomo Oderda

Nella foto  Paola Caccia, figlia del procurotore assassinato nell'83 , con alcuni studenti dell' Avogadro

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