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Don Domenico Cravero: libro “Economia della speranza.Percorsi per la vita indipendente”

25/05/2019 10:41

di Piergiacomo Oderda

 

Francesco Antonioli, giornalista collaboratore di Repubblica, intervista don Domenico Cravero nello stand Alleanza delle cooperative al Salone del Libro. Il sacerdote, parroco a Poirino, presenta il suo libro “Economia della speranza. Percorsi per la vita indipendente” (Ecra edizioni). «Una storia di concretezza, un modo diverso di interpretare l'economia», introduce Antonioli. Don Domenico: «nasce da un'esperienza precisa, la facciamo tutti ma qualcuno in modo più pesante». «La vita economica è molto dura, il lavoro è pesante; non avere lavoro, ancor di più». Cita Platone: “le cose belle sono tutte difficili”. «Se dobbiamo rendere meno difficile il lavoro, dev'essere piacevole lavorare». Diventa piacevole quando «non sei solo attivo, ma protagonista, ci metti senso e passione». «L'era del lavoro 4.0 è un'ulteriore difficoltà per chi ha meno strumenti». Cita Luhmann: “nella società capitalista si può partecipare solo se si conosce”. «Nella Bibbia, conoscere, amare, fare esperienza di ciò che è bello» viene descritto con una sola parola. «Se vogliamo che chi è più svantaggiato trovi non solo il lavoro ma il gusto nel lavoro dobbiamo offrire strumenti di conoscenza, come funziona l'economia. Se poi è un lavoro in forma di cooperativa, non da dipendente ma da autonomo, sei padrone del tuo lavoro!». Alla regola benedettina “ora et labora”, aggiunge “studia!”.

Antonioli indaga sull'approccio col denaro; concepito negativamente nell'immaginario del mondo cattolico, in «un ribaltamento di prospettiva va gestito con competenza». Don Cravero sostiene che il denaro non sia soltanto utile e prezioso, bensì «materia sacra». Cita san Tommaso: “ciò che viene dalle mani è in contatto con ciò che viene dall'anima”. «Il modo in cui guadagniamo il denaro e lo spendiamo interroga sempre la tua coscienza. L'unico modo per salvare l'economia che ha divinizzato il denaro è considerarlo materia sacra, qualcosa che ha a che vedere con l'umano». Leggendo il libro, Antonioli ha notato che il tema “economia della speranza” si connette ad una corrente di pensiero internazionale. «La speranza non è considerata come virtù teologale ma un atteggiamento da avere soprattutto da chi parte svantaggiato nei confronti del futuro. Se non c'è una passione per il futuro non si ha energia sufficiente per affrontare il presente». Il nostro tempo ha due caratteristiche: «non c'è più il lavoro di prima, va tutto inventato; la società non osa più sperare nel futuro, ci si rassegna a consumare il presente smarrendo l'entusiasmo». Il percorso proposto dal libro ruota attorno a quattro verbi: “immaginare, inventare, conoscere, agire” (il coronamento è rappresentato da “celebrare”). “Immaginare” è la dimensione fenomenologica, ha già in sé la forza di avviare un processo. Diventa invenzione artigiana, «se il lavoro non c'è, bisogna inventarlo». Antonioli pretende un'idea concreta. Don Cravero parla di “agricoltura sociale”. «Se uno vuole entrare in agricoltura non trova spazio, i campi facili da coltivare sono occupati». Occorre rigenerare terreni abbandonati. Due terreni della cooperativa di don Domenico erano delle discariche, dopo cinque anni di bonifica sono diventati più fertili degli altri. «Nessuna serra produce un'insalata altrettanto buona!». Un campo nel Roero era totalmente abbandonato perché non era possibile lavorarlo con mezzi meccanici, «abbiamo recuperato un'ex vigna diventata bosco. Si fa fatica a stare in piedi. Quel terreno è prodigioso!».

Antonioli punta il dito sul “vendere”. «Occorre essere molto bravi a vendere più che a coltivare. Il mercato è saturo, devi inserirti con intelligenza. E' più difficile inventare il marketing». Attraverso il web, si possono aprire dei canali. La gestione del sito non viene affidata ad un professionista indifferente a ciò che si produce ma alle stesse persone dell'impresa che ci lavora, «diciotto sono i siti in funzione, aggiornati agli ultimi linguaggi».

Ogni capitolo del testo presenta delle attività. E' un libro di formazione all'economia, non uno studio accademico. «Le dispense cartacee per ognuno degli argomenti sono fatte da ragazzi gravemente svantaggiati, non potrebbero fare altri lavori». L'economia circolare si ispira al principio ecologico, «fare degli scarti non un reinserimento nel sistema ma una meraviglia, un'opera bella, di economia bella, di politica bella». In prefazione, Stefano Zamagni prevede la fine della distinzione tra imprese non profit e imprese profit. Occorre «far crescere imprese che arrivano dal sociale in competenza gestionale e rendere le imprese più tradizionali attente all'impatto sociale». Secondo Antonioli, «Torino potrebbe dire qualcosa di interessante su questa ibridazione». «Occorre un lavoro di rete», secondo don Cravero, «tante imprese anche diverse accettano di collaborare, si tratta di generi di economia che reciprocamente si contaminano e si aiutano. L'economia oggi è intesa prevalentemente secondo il modello nordamericano. Una terra ha una sua tradizione, il Piemonte, l'Italia hanno una loro economia, non hanno bisogno di scimmiottare un modello che non appartiene loro».

Antonioli conosce la Casa del Pellegrino di Villanova d'Asti, «cosa bolle in pentola?». Occorre «costituire due tipi permanenti di scuola». Nella parte finale del libro, si parla di “scuola popolare d'impresa”, «le persone che provengono dallo svantaggio devono diventare esperte di economia». Il secondo tipo di scuola riguarda un sistema particolare di cura. «Dove c'è patologia mentale e disabilità psichica, fisica c'è bisogno di una terapia abilitativa attraverso il lavoro». Villanova si presta a organizzare week end anche a livello nazionale di più punti rete per sviluppare una sinergia che renda meno improbabile la sfida «per la vita indipendente delle persone svantaggiate». Il giornalista ex collaboratore de “Il sole 24 ore” domanda se ci sia «possibilità attraverso esperienze di questo genere di rifondare una coscienza civile e politica: c'è un percorso che può aiutare a formare una classe dirigente più consapevole?». «Quando delle persone si mettono insieme per risolvere un problema comune si attiva un processo di cittadinanza», don Domenico rilegge il pensiero di don Milani. Il sistema politico si rigenera solo attraverso questo processo di cittadinanza attiva. Nell'”economia contributiva” proposta dal francese Stiegler, «la briciola che ciascuno può dare può essere messa insieme ad un'altra briciola e diventare una forza, una potenza». Di fronte al capitalismo aggressivo, alla potenza ostentata del capitale si pone l'idea che «i poveri sono potenti e chi sta con i poveri diventa potente. Se sei a contatto con la povertà dell'umano, scopri l'umano senza aggettivi, tutte le sovrastrutture vengono meno. Venire a contatto col capitale umano, la persona indipendentemente dai suoi aggettivi è la vera potenza». «L'economia umile vive di questa potenza, senza complessi di inferiorità. La nostra economia è un'altra economia ma non è meno economia del sistema nordamericano. Vuole i profitti ma per strade diverse».

Antonioli vorrebbe dei numeri. Don Domenico parte dal numero dei fallimenti, «ti insegnano la direzione. Solo la fantasticheria ti fa credere che l'idea si realizzi. Devi tentarne venti per realizzarne una». Dal primo novembre del 1975, il percorso di don Domenico è «una lunga storia di insuccessi e fallimenti». Quindici le comunità terapeutiche, un'impresa cooperativa agricola di cinquanta ettari, orti, vigneti. «Se vai a vedere i bilanci non trovi sempre una storia di successi ma si va avanti, si affrontano i problemi, si raggiungono obiettivi».

Nella foto, da sinistra, don Domenico Cravero con il nostro giornalista Piergiacomo Oderda

 

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