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Incontro organizzato da “Agende rosse” sull'assassinio di Bruno Caccia.

14/06/2019 21:54

di Piergiacomo Oderda

La sala Bobbio di via Corte d'Appello 16 a Torino ospita un incontro organizzato dall'associazione “Agende rosse” sull'assassinio di Bruno Caccia. «Nel 1983 avevo cinque anni», ricorda la consigliera comunale Carlotta Tevere. Cita un parere redatto per il conferimento delle funzioni giudiziali quando Caccia era divenuto procuratore della repubblica: “solida preparazione culturale generica e specifica, retta intuizione, mirabile facilità interpretativa, eccezionale per la sua giovane età”. La commissione legalità ha incontrato i familiari e l'avvocato Repici, nel 2015 e 2017. Carmen Duca presenta l'associazione organizzatrice (www.19luglio1992.com), un movimento nato intorno a Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, nel 2009, «per far luce su quelli che furono i mandanti delle stragi del '92 e '93». Il nome richiama l'agenda scomparsa dal luogo dell'attentato a Paolo Borsellino. Marco Bertelli riepiloga l'obiettivo dell'incontro, «rispondere a due domande: chi ha ucciso il procuratore Caccia e perché. La verità processuale dà due risposte». Il mandante è Domenico Belfiore. «Il movente è estremamente generico». Il procuratore Caccia era «integerrimo, tendeva a opporsi in modo deciso contro le attività del gruppo Belfiore». La sentenza del 14 febbraio '19 ha condannato Rocco Schirripa come uno dei membri che la sera del 26 giugno '83 ha fatto parte del “commando” esecutivo, ma «non è stato possibile appurare quale fosse il suo ruolo». Dal 2013, i figli del procuratore Caccia (Paola, Cristina, Guido) hanno scritto «una lettera aperta alla città perché si facesse uno sforzo per appurare le verità mancanti». Hanno firmato un esposto ai primi di luglio di quell'anno. Avevano chiesto tramite l'avvocato Repici di indagare su Rosario Cattafi come mandante e Domenico Latella come esecutore. Il fascicolo era stato iscritto in un primo tempo come “atto non costitutivo notizia di reato”. Due anni dopo Vaudano e Repici ottengono di farlo iscrivere negli atti costituenti reato e si riaprono le indagini, disposte dall'autorità giudiziaria di Milano. Portano all'arresto di Schirripa nel mese di dicembre. «Se non ci fosse stata l'iniziativa dei figli del dott. Caccia e il supporto degli avvocati Repici e Vaudano, il dibattimento non si sarebbe mai celebrato».
La giornalista Antonella Beccaria, moderatrice dell'incontro, osserva come «manchi dalle carte della storia giudiziale la ricostruzione del contesto». I figli non sono mai stati ascoltati, solo Cristina perché era stata la prima ad accorrere dopo l'assassinio. Guido aveva raccontato ad un giornalista che il padre, derogando dalla sua abitudine di non condividere le preoccupazioni con i famigliari, gli aveva confidato che “stava per accadere qualcosa di grosso che sarebbe scoppiato a Torino”. L'ultima indagine seguita dal procuratore riguardava i casinò di Saint Vincent, Campione e Sanremo, «una grossa macchina di riciclaggio attraverso le case da gioco dei soldi della mafia». Il pretore di Aosta, Giovanni Selis, sfuggito ad un'autobomba, non è mai stato ascoltato dall'autorità giudiziaria di Milano. A quattro anni di distanza dal delitto Caccia è morto suicida nella sua abitazione (9 maggio 1987).
Paola Caccia, la figlia del procuratore, interviene sulla domanda che traccia «il destino dei familiari delle vittime, in prima linea a presidiare per chiedere a decenni di distanza una verità ancora da consegnare». «Mi sento colpevole di non aver cominciato prima a chiedere la verità. Fin dall'inizio, avevamo massima fiducia nella giustizia, non ci siamo mai posti il problema di capire noi cosa fosse successo, non siamo stati sostenuti nella ricerca della verità. Non siamo mai stati ascoltati ufficialmente, la richiesta di chiarimenti non è mai stata esaudita. Dopo tanti anni abbiamo preso coraggio, spinta dai miei figli e con il sostegno di Libera, abbiamo fatto questa lettera. E' cambiato tutto da quando abbiamo cominciato a leggere gli atti del processo. Più che il dolore c'è un'arrabbiatura a scoprire cose che non sono state approfondite. E' un dovere dei parenti delle vittime, ci sono altre famiglie nella stessa situazione, tanti procedimenti che non hanno portato alla verità. Se qualcuno trova un pezzo di verità, serve anche per altre storie collegate».
“Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere” è il documentario prodotto per Libera, realizzato da Christian Nasi, Elena Ciccarello e Davide Pecorelli. «Non è stato ucciso per quello che ha fatto ma per quello che poteva fare» è l'input di Antonella Beccaria per Mario Vaudano. Parla con voce fioca, la sala è in silenzio assoluto (e attonito) per cogliere il filo del ragionamento. Anche in Francia, dove attualmente risiede, stanno provando difficoltà nel far riaprire i casi di uno ucciso a Lione e uno a Marsiglia, vicende legate alla malavita torinese. Il giorno precedente l'assassinio di Caccia era in ufficio con lui al quarto piano di via Tasso, «avevo bisogno di un suo parere» per predisporre un'azione penale «contro due pezzi grossi della finanza, due generali». Ha totalizzato nella sua carriera, sette procedimenti disciplinari e cinque penali dovuti alle accuse dei detrattori. Su carta intestata, un collega gli ha suggerito “Vai avanti ma statti attento!”.
«Perché un delitto così eccellente è caduto nel dimenticatoio?» Risponde Davide Mattiello, consulente della commissione antimafia. Ha incontrato il giudice Carlo Palermo che doveva morire nel 1985 quando è stata sterminata una famiglia che per casualità si trovava a far da scudo ad un'auto carica di esplosivo. Ricorda le morti di Ciaccio Montaldo e Rocco Chinnici, sempre nell'83. «Sono tutti magistrati che in quel frangente storico toccano i fili del riciclaggio del denaro sporco, fili che riportano al traffico internazionale degli stupefacenti, delle armi». Mattiello rimanda «al contesto più ampio della guerra fredda. Il sistema per funzionare si tutela da qualsiasi magistrato troppo indipendente che mette il naso in dinamiche relative alla gestione della guerra fredda». Tornando al giudice Palermo, «lo si fa saltare professionalmente», si sposta l'indagine a Venezia, adducendo come motivo “la serenità dell'ufficio”, così l'inchiesta finisce in un binario morto.
«Un po' ho compreso la cifra della persona e del magistrato», dice il legale dei familiari Caccia, Fabio Repici. Lo definisce «assoluto, rigoroso, ostinato, indefettibile nel rispetto delle regole pur nell'aspetto di maggiore formalismo». Le indagini sull'omicidio Caccia sono stata svolte dai servizi segreti, dal Sisde ed è stato suddelegato un mafioso, Francesco Miano. «Ci sono degli scenari che spesso coinvolgono ambienti, soggetti, persone interne alla stessa istituzione che dovrebbe farsi carico di far luce». Nella sentenza di secondo grado a carico di Rocco Schirripa che conferma l'ergastolo, si riporta che «sicuramente l'intervento dei servizi segreti per le indagini è fuori legge». I servizi segreti sono legati al governo del Paese, «come si può pensare che l'azione autonoma e indipendente da qualunque altro potere della magistratura possa ricevere collaborazione dai servizi segreti?» Marcello Maddalena ha rivendicato di essere stato lui «a disporre le indagini attivate dal Sisde con Francesco Miano». Anche nel caso della morte di Borsellino e di cinque poliziotti, «il depistaggio è stato caratterizzato da un intervento abusivo da parte del Sisde». Repici aggiunge che i colleghi d'ufficio più vicini a Caccia non sono stati sentiti, possibile che non avessero parlato con lui delle attività che svolgeva nei mesi precedenti l'assassinio?
 
Piergiacomo Oderda
 

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