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Il vescovo di Pinerolo Derio Olivero tra Arte, relazioni e “Vuoi un caffè?”.

10/09/2019 17:49

di Piergiacomo Oderda

 

Nella foto mons. Derio Olivero

Una caffettiera esorbitante per le due tazzine poste sul tavolino. Non so se mons. Olivero intendesse significare le relazioni nel loro essere “strabordanti”, nel richiedere un impegno che vada ben oltre il mero calcolo utilitaristico. Ad ogni modo, il nostro vescovo prepara il consueto tavolino con una fine tovaglia bianca nella chiesa di San Domenico durante l'ultima giornata della Fiera dell'Artigianato. Sullo schermo, trasmette emozioni commentando alcuni quadri di arte moderna. L'assunto di partenza è una frase di Piazzolla: “Nella vita tutto passa tranne ciò che abbiamo ballato”, «chi balla bene ha la musica dentro che lo muove». Mons. Olivero intende farci fare un'esperienza, «prenderci per mano e portarci dentro il quadro». Richiama un pensiero di Guardini, devi guardare a lungo il quadro, «dopo un po' ci entri dentro e da là guardi il mondo con altri occhi». Il tema delle relazioni è al centro della prossima lettera pastorale dal titolo accattivante: “Vuoi un caffè?”. Si tratta di una «frase potente», vuol dire «per me sei importante, quel giorno per almeno una persona vali qualcosa, le relazioni cominciano da lì, qualcuno crede in te». «Tutti abbiamo delle relazioni», momenti bellissimi passati con altre persone o per le quali abbiamo pianto. «La lettera parte da un punto fondamentale. Il mondo moderno ci ha insegnato che le relazioni sono una cosa secondaria». Il vescovo illustra «le fatiche delle relazioni» con “L'assenzio” di Degas (1875; Musée d'Orsay, Parigi). I due personaggi sono «a distanza minima ma vedi subito che sono lontanissimi». Lui guarda da un'altra parte, «vorrebbe essere ovunque eccetto che accanto a te», il vescovo riflette sui litigi di coppia, quando «non ti passa più». «Lo sguardo di lei è perso nel vuoto», pare dire: «ma a nessuno importa di me?». «Quante volte fatichiamo nelle relazioni perché veniamo da storie, culture, sensibilità diverse!». Nello specchio del locale si intravedono due ombre, «sei un'ombra di te stesso se non costruisci relazioni». E' paradossale la mancanza delle gambe dei tavolini, «senza relazioni sei come su qualcosa di fluttuante». Anche la scelta di toni grigi evoca «lo sfilacciarsi delle relazioni».

“I nottambuli” di Hopper (1942, Art Institute a Chicago) mostra un bar con le vetrate che si protendono nella città «o meglio nel vuoto». Gli avventori «cercano di stare lì a bere qualcosa per uscire il più tardi possibile». Il neon dà «una luce fredda che illumina ma non riscalda, è il tentativo di fare qualcosa di artificiale per venir fuori dalla solitudine». Ne “Lo stupro” di Magritte (1945, Centre Pompidou, Parigi), gli occhi sono diventati seni, il naso è rappresentato dall'ombelico ed i genitali sostituiscono la bocca. «E' scomparso il volto», non è più un soggetto, «tu non sei altro che un oggetto», riduco l'altro al mio pregiudizio. Mons. Olivero si sofferma sulla tela di Casorati “L'attesa” (1919, Coll. Privata). La relazione è «fatta di attesa, capacità di sperare ancora, vedere ancora cose buone nell'altro. Una mamma ha preparato il tavolo e si è addormentata». Anche il tavolo enorme attende, anche le piastrelle che vanno verso la porta d'ingresso dove «prima o poi compare qualcuno»; è «un'invocazione di relazione». La signora ha le fattezze di una principessa gotica, «sei una che attende? Tu vali! Sei una principessa!».

Il quadro che accompagna il cammino pastorale di quest'anno è “La danse” di Magritte (1910, Ermitage, San Pietroburgo). Il messaggio non è elementare ma «essenziale», «cinque danzatori danzano in cerchio sulla collina», nei colori blu, verde, arancio. I ballerini «fanno di tutto per tenersi per mano», il pittore fece un sacco di bozze così come un'opera precedente conservata a New York (1909) per studiare il movimento. Al contempo c'è tensione ed armonia, così come nella relazione si alternano armonia e conflitti. «Equilibrio instabile, sforzo piacevole», papa Francesco parla delle relazioni come di «meravigliosa complicazione». «Fanno tutti movimenti diversi», è la «fecondità della diversità». «Se vuoi entrare in relazione, ti devi sbilanciare» e ogni relazione dev'essere aperta, «il cerchio è leggermente aperto». La nudità allude alla rinuncia delle protezioni che talvolta inibiscono il dialogo. Se si traspone la collina alla calotta della sfera della terra, i ballerini divengono giganti, dove poggiano il piede lasciano delle impronte indelebili così come chi lavora sulle relazioni. «Sono persone sulla collina che ci mettono l'anima per creare comunità» e il vescovo pensa «ad un'altra collina dove c'è chi ha dato l'anima per ricreare fraternità, un regno nuovo, Gesù Cristo sul Golgota». Nel quadro di Magritte, vede «una crocifissione moderna». C'è tempo per compiere un giro virtuale intorno a “La mano di Dio” di Rodin (1898, Musée Rodin, Parigi). Sembra «una normalissima mano che tiene un po' d'argilla». Spunta un piede, è una mano che sta creando l'uomo e la donna. «Rodin si innamora del non finito di Michelangelo, ogni relazione è non finita». «I credenti credono che la realtà è più di quello che vedono, c'è la presenza di Dio che lavora». Dio crea la relazione, Adamo ed Eva vengono forgiati già abbracciati. L'incontro si chiude con una citazione di una canzone francese tradizionale, “A la claire fontaine”, ripresa magistralmente dalla cantautrice pinerolese Valeria Tron (“Lève les yeux”, 2014), “Il y a longtemps que je t'aime, jamais je t'oublierai”.

 

Piergiacomo Oderda

 

 

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