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Le foto. Riflessioni sul Salone del libro di Torino

Ogni anno tento di invogliare i miei allievi dell’Istituto tecnico a varcare la soglia del Salone del libro. Gli incontri con gli autori aprono orizzonti, spesso inesplorati.

Per Mons. Nunzio Galantino, sono presenti in Sala rossa sia Ernesto Ferrero che Giovanna Milella, i direttori del Salone. Il poeta Guido Oldani introduce il tema con una similitudine utilizzata da Papa Francesco durante il Giubileo dei giovani, «senza Gesù siamo come telefonini senza campo». Il segretario della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) interpreta il principio di Evangelii Gaudium 222, “il tempo è superiore allo spazio” sottolineandone «le implicanze concrete, vuole raggiungere uno scopo, aiutare tutti a costruire il popolo di Dio». Va evitato l’errore di «privilegiare gli spazi di potere anziché i tempi dei processi». Svela un particolare delle telefonate che riceve dal Papa, spesso si sente dire: «non dipende da noi la storia, la Chiesa non è mia e manco tua ma è del Signore». Il linguaggio dei gesti di Francesco («comprensibili, sorprendenti, impegnativi») manifesta l’attenzione agli ultimi come la celebrazione del Giovedì santo in un carcere romano o la creazione di dormitori in S. Pietro. «Si trasforma il senso della piazza, non è solo la piazza per incontrare lui ma per imparare a capire che non possiamo distogliere lo sguardo da alcune realtà storiche che richiedono partecipazione».

Sala di altro colore, blu, per la presentazione di un saggio di Alberto Melloni sul Concilio Vaticano II, “Il concilio e la grazia” (ed. Jaca Book). Rievoca una battuta di S. Giovanni Paolo II, «noi vescovi siamo entrati in concilio con una testa e una mitria, quando siamo usciti era rimasta uguale solo la mitria». Il 25 gennaio 1959 ci fu l’annuncio del concilio da parte di Papa Giovanni XXIII, eletto a 77 anni ma, secondo le attuali attese di vita, era come se ne avesse 93! Papa Roncalli intese invertire l’ordine dei principi vigente sino ad allora, privilegiando la dimensione pastorale su quella dogmatica, «un modo di dire la verità cristiana che contrasti con la verità cristiana non può essere verità cristiana». E’ un segno dell’inversione, anche il titolo della sua enciclica “Mater et magistra”. Il Concilio Vaticano II ha rappresentato «la più grande assemblea di pari mai convocata sulla terra»; ora sono estremamente utili per comprendere cosa stava succedendo la pubblicazione dei diari di vescovi o teologi, inaugurata da quelli di Congar (1991).

Nello Spazio Autori, Bruno Gambarotta  loda l’intento della collana dedicata a E.T.A. Hoffman, da parte della casa editrice “L’orma”. Il curatore dell’edizione de “Il gatto Murr”, Matteo Galli, ne svela il motivo: «Hoffman è un classico, sempre moderno, sempre da riproporre. L’ultima edizione risale a 40 anni fa. Fra gli autori di letteratura tedesca è uno dei pochi che intercetta due tipi di pubblico, uno più interessato alla trama avvincente, l’Hoffman di paura, del notturno, dei fantasmi dell’io; l’altro, più colto e raffinato». Un gatto scrive la sua autobiografia con gran sussiego «vampirizzando e vandalizzando un libro preesistente, di fatto salvandolo». Hoffman, a vent’anni dell’esplosione della stagione romantica con Novalis, si prende gioco dei nobili generi letterari dell’epoca e dei grandi valori, l’arte, la giustizia, la morale. «Il gatto se la tira da morire, è convinto di essere un artista ma è interessato in realtà a mangiare, dormire e fare vita comoda».

Al Caffè letterario, Giangiorgio Satragni e Benedetta Saglietti raccontano l’edizione critica della biografia di Stravinskij scritta dal musicologo torinese Alfredo Casella (ed. Castelvecchi). Entrambi i musicisti nacquero nel 1883, Stravinskij alle porte di S. Pietroburgo. Si conoscono in Russia quando Casella vi giunse in tournée in qualità di pianista e si reincontrarono a Parigi nel 1896. Pubblicò la prima monografia nel 1925, riprese l’argomento e fu l’ultimo scritto da saggista, edito postumo nel 1947. Seguirono due edizioni con un’appendice a cura di Guglielmo Barblan, dato che Stravinskij continuò a comporre, accostandosi alla musica dodecafonica, fino alla morte sopraggiunta nel 1971. Saglietti spiega il lavoro dei curatori, nel ripercorrere tutti i testi letti da Casella, prevalentemente in lingua francese. Casella aveva il vantaggio di una conoscenza diretta del musicista russo, «era la persona giusta al momento giusto». Stravinskij è per lui “un fiume carsico”, non esce mai dalla sua vita. Non solo diresse molte sue opere ma fu un «instancabile estensore di programmi di sala» per aiutare il pubblico nella comprensione di questa musica estremamente diversa. Enzo Restagno, ex direttore artistico di MiTo, esordisce con una geolocalizzazione, abita a centocinquanta metri da dove abitava Casella. Racconta che Stravinskij temeva di aver smarrito un’opera composta in occasione della morte del maestro, Rimskij-Korsakov. Un anno fa, il “Guardian” ha dato notizia del ritrovamento di questa composizione negli archivi del conservatorio di S. Pietroburgo. Per ascoltarla, occorrerà aspettare ancora qualche anno. Un aneddoto, un giornalista domandò a Stravinskij cosa pensasse della musica moderna; rimase allibito alla sua risposta: «la detesto!». Spiegò meglio: «Io non scrivo musica moderna ma scrivo solo della buona musica!»

Piergiacomo Oderda

 

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