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FOTO. Lo sciopero del 10 novembre.

Un centinaio di militanti asserragliati tra palazzi liberty e l’edificio dell’Unione Industriale a Torino attendono l’avvio del corteo. Bandiere USB, Cobas, Rifondazione, Sinistra anticapitalista, Fronte popolare, accomunate dal rosso, sventolano mentre si diffonde il rap romano dei “Colle der fomento”. Intenso scambio di volantini, “portiamo la verità in piazza”, fra cui la fanzina della Rete dei Comunisti, “Ombre rosse”. Pino Larobina sintetizza le ragioni dello sciopero, «la precarietà, la disoccupazione che avanza, le pensioni sotto attacco, i giovani senza lavoro». Si percorre corso Vittorio Emanuele II e, di fronte a Porta Nuova, Lorenzo Giustolisi della segreteria nazionale USB definisce Torino come «città del precariato e dello sfruttamento». Cita l’alternanza scuola lavoro come «educazione delle nuove generazioni ad un futuro di incertezza e precarietà». Il rinnovo dei contratti del Pubblico Impiego significa rideterminare il ruolo dello Stato nei settori della sanità, dei trasporti, della scuola. La manifestazione indetta dalla piattaforma Eurostop ribadisce che «se non si rompe la gabbia dell’Unione Europea le condizioni dei lavoratori non possono migliorare». Ilenia Argento (Cobas) pone l’attenzione sul nuovo reclutamento dei docenti. I 400 euro al mese durante il cosiddetto FIT rappresentano un’elemosina. «Renzi si tenga i suoi 500 euro o il bonus di merito. Noi lo vogliamo nel nostro stipendio. Lo vogliamo usare come ci pare a noi, non per incrementare le lobby che vendono pc». Quando il corteo svolta al mercato di piazza Madama Cristina, l’amplificatore si spegne definitivamente e tocca a Enzo, Fabio, Pino, Francesca, Massimo, Patrick alternarsi al megafono. La manifestazione si chiude all’ospedale Molinette ricordando i tagli della Dussman che riducono le ore alle lavoratrici e creano di conseguenza disservizi per i malati. Si riavvolgono le bandiere sulle parole di Enzo che invitano a reagire alla «situazione generale di indifferenza e di rassegnazione in cui siamo precipitati».
Piergiacomo Oderda
 

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