Facebook Twitter Youtube Feed RSS

FOTO. Isolamento sociale volontario e abbandono scolastico”. Convegno “Hikikomori.

TUTTE LE FOTO NELLA FOTOGALLERY

di Piergiacomo Oderda

Sala gremita all’Istituto Avogadro di Torino per il convegno “Hikikomori. Isolamento sociale volontario e abbandono scolastico”, proposto dall’associazione Hikikomori Italia genitori. Luisa Benigni, mamma di un ragazzo “quasi ex hikikomori” narra con voce rotta dalla commozione la sua storia. Parte da uno studio psicologico: “la paura ha funzione adattativa, ci predispone ad un pericolo ragionevolmente previsto. La scuola è un ambiente stimolante, luogo di allenamento alla vita, nasce per essere vissuta in modo sereno; talora diviene teatro di timori, fonte di preoccupazioni e stress”. Luisa fa parte di un gruppo Facebook di genitori del Piemonte che vivono il problema del “ritiro sociale” (traduzione del termine giapponese “hikikomori”). Per i loro ragazzi, spesso «sensibili, timidi, riservati, le paure non spariscono e ciascuno pensa che serva più tempo per superarle» dopo ogni fase di vita. Nella primaria, «tendono a soccombere pur di far parte del gruppo, vengono presi in giro perché troppo quieti». Alle medie, «non si vedono all’altezza del compito, nascondono l’ansia dietro una maschera, imparano ad essere invisibili»; i genitori si impegnano «a rendere partecipi gli adulti che interagiscono con i loro figli, insegnanti, allenatori, catechisti e tutti ci giudicano genitori iperprotettivi, le parole cadono nel vuoto». Penetra nei figli «la vergogna come sentimento subdolo e devastante», le attività extrascolastiche e le amicizie si diradano. Inizia l’abbandono scolastico, accusando mal di pancia, di testa. «Abbiamo reagito come altri genitori, un calcio nel sedere, ricatti, minacce, suscitando reazioni folli, esplosive. Nei giorni seguenti si è aperto uno scenario a cui non eravamo preparati, non sai a chi rivolgerti». Il medico di base propone un rientro a scuola senza concentrarsi sullo studio, solo al fine di superare gli attacchi di panico. L’incontro con una psicoterapeuta specializzata in problematiche adolescenziale consente di tentare il rientro a scuola dopo il periodo estivo, i genitori provano a chiedere se «possa entrare solo per le verifiche». La scuola oppone l’obbligatorietà della frequenza e l’impossibilità di pagare straordinari ai docenti per incontrare l’allievo da solo nelle “ore buche”. Si trova una soluzione tramite un’associazione sul territorio che funge da tramite fra scuola e famiglia per accompagnare allievi con bisogni educativi speciali (BES), ma il ragazzo non inizia il giro dei docenti per stabilire il programma di verifica per il solo pensiero di dover rientrare dopo la pausa natalizia. Il problema è «non stabilire il percorso con lui, in accordo con la psicoterapeuta,  non dare il tempo necessario». A questo punto, si propongono piccoli lavori fuori casa con un minimo di retribuzione per renderli gratificanti, «non gestiscono le pressioni nel mondo del lavoro». La collaborazione tra azienda, famiglia e psicoterapeuta lo spinge a rientrare a scuola. «Ha scelto una scuola privata con un corso on line».

Elena Carolei è presidente dell’associazione "Hikikomori Italia genitori", nata dall’omonimo gruppo Facebook aperto nel settembre 2016 a cui sono approdati più di ottocento genitori da tutta Italia. Propone alcune linee di soluzione, «i genitori sono le uniche persone che hanno il privilegio di camminare con loro». Occorre interrompere la coercizione, per passare a «comprensione e pazienza». Vanno identificati i ragazzi a rischio, «stanno in disparte, evitano il gruppo, patiscono il giudizio, sono curiosi, introversi»; occorre «evitare i riflettori sulla persona, le critiche ma anche le lodi». Dopo il “ritiro sociale”, occorre che la scuola progetti “azioni di formazione e valutazione individuali”, un rientro scolastico graduale in assenza di competizione, senza fissare scadenze, «l’idea della data in cui la cura possa terminare crea ansia». Conclude con la speranza, «noi genitori vogliamo pensare ai nostri ragazzi che girino per le vie della città, scherzando, ridendo, sentendo il piacere della luce, del sole, della pioggia sulla pelle, il fragore delle onde del mare, scherzando, ridendo, schizzandosi l’acqua».

Marco Crepaldi scopre il fenomeno in un fumetto giapponese, sostiene una tesi di laurea sull’argomento e fonda un sito dove racconta quanto ha appreso. Spiega le finalità dell’associazione, “informare e sensibilizzare, creare una rete nazionale per condividere esperienze e buone prassi, promuovere iniziative locali e nazionali di aiuto diretto”. Enuclea alcune motivazioni che inducono al “ritiro sociale”, “pressioni di realizzazione sociale, rifiuto dei dogmi sociali, reazioni sintomatiche a situazioni di difficoltà familiari”; «non sentirsi all’altezza delle aspettative di genitori, docenti, coetanei». Individua tre fasi: a) rifiuto saltuario di andare a scuola, inversione ritmo sonno veglia; b) abbandono della scuola, ad eccezione di genitori e relazioni virtuali; c) isolamento totale, anche virtuale.

La dott.ssa Elena Rainò è l’ideatrice del primo piano diagnostico terapeutico aziendale sulla tematica, lavora da quindici anni all’ospedale Regina Margherita. «Per ogni ragazzo che arriva da noi, cerchiamo di trovare una soluzione, un percorso di cura declinato in modo personale». L’équipe multidisciplinare lavora con un «approccio psicodinamico, al centro la relazione interpersonale come strumento di cura».

Tanti gli assenti fra le figure istituzionali previste per i saluti. Elena Rosso sostituisce Gianna Pentenero (assessore regionale all’Istruzione, Lavoro e Formazione professionale), dimissionaria per le elezioni incipienti, individua il ruolo delle istituzioni come «prima risposta alle famiglie, contribuire in maniera attiva al riconoscimento del fenomeno». Paola Damiani parla in vece di Fabrizio Manca (direttore generale Ufficio scolastico regionale), sostiene che «spesso questi fenomeni scaturiscono da eventi come un brutto voto o atti di bullismo». Propone la creazione di uno “sportello antidiscriminazione”. Infine, De Luca, dirigente scolastico dell’Istituto, cita il “mal di scuola”. «Come si comporta la scuola? In modo artigianale, discontinuo». Esiste nelle scuole lo sportello psicologico, «dovrebbe essere sistematico e non occasionale». Propone una suggestione alle autorità presenti, «fra le tante sciocchezze in propaganda elettorale, l’istituzione di uno psicologo scolastico con continuità».

Piergiacomo Oderda

 

Commenti