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Vernissage della mostra di Davide Dutto

Acquisto il catalogo n. 107 su 500 esemplari della mostra di Davide Dutto, presso il palazzo Saluzzo di Paesana a Torino (via della Consolata). Lo compongono alcune foto conservate sottovuoto e un esempio lineare di forchetta. Sono proprio le posate, anzi le forchette le protagoniste di quaranta scatti artistici. Un incrocio tra forchetta e cucchiaio (tema della mostra prevista nel prossimo anno, “Spoon2”) campeggia sulla maglietta del fotografo fossanese che ci spiega la filosofia dell’esposizione. «Fondamentalmente il progetto è legato agli utensili. Ti faccio io una domanda, qual è il primo utensile che l’uomo ha avuto a disposizione?». Preso di sorpresa dallo scambio di ruoli, rispondo: «Il bastone!». «Non ancora,» riprende Davide Dutto, «prima del bastone c’è ancora qualcosa, cioè il nostro corpo. Il nostro corpo è tutto uno strumento. Io penso ad una cosa e uso le mie mani e il mio corpo per fare questa cosa che ho pensato. Poi mi costruisco anche gli attrezzi, quindi mi costruisco gli utensili». «La forchetta è un utensile che ha la sembianza fisica quasi come un prolungamento. Abbiamo i rebbi che sono le dita e la mano stessa e il manico che è poi il nostro braccio. Così il cucchiaio,  per bere l’acqua facciamo il cucchiaio e con la mano beviamo. Il coltello è la prima posata che l’uomo ha inventato. E’ un’arma e nello stesso tempo taglia come adesso fanno i macellai con i tagli di carni, smembra le carni e poi porta alla bocca un pezzetto. E’ la posata più antica ma è anche la più ambigua perché è anche un’arma». Agganciandosi al titolo della mostra, “Notools_Fork1”, Dutto aggiunge come gli strumenti siano qualcosa che vada oltre, sono «quasi parte di noi, sembianze umane che esteticamente diventano delle opere d’arte». «Anche la parola è uno strumento primordiale per comunicare, è il pensiero che diventa comunicazione. L’uomo senza uno strumento non potrà esistere, non potrà realizzare nulla». La declinazione del ragionamento avviene «nel mio caso, nella mia storia, nel campo delle cucine, dei cuochi, della ristorazione Diamo sempre un secondo nome agli strumenti: posate». Il discorso si allarga ad oggetti di uso comune a cui non badiamo, «siamo circondati da strumenti che sono invisibili. La forchetta ormai è invisibile, quando hai una forchetta (e la tocchiamo parecchie volte al giorno), non la vediamo perché diventa parte di noi. La mia macchina fotografica quanto più è invisibile, tanto più diventa il prolungamento del mio corpo, tanto più io quando lavoro ho questa naturalezza e automaticità. Lo strumento non è solo un pezzo di metallo che possiamo usare ma è molto di più». Ha ricevuto in dono vari servizi di posate da Pinerolo, sono state al servizio della carità, posate utilizzate in comunità, refettori. In una foto, i rebbi della forchetta sembrano costituire uno sbarramento, in altre fuoriescono dalla foto per rientrare in un’altra. La forchetta con i rebbi più larghi è quella citata dallo chef Pino Cuttaia che ha inaugurato la mostra con una cena spettacolare. «Una forchetta con i rebbi allargati così da prendere più cibo nel grande piatto unico, e condiviso al centro della tavola, dal quale la famiglia Cuttaia mangiava. Con una sola mossa il cibo portato alla bocca con quella forchetta era così il doppio di quello degli altri commensali, pur prendendo lo stesso numero di forchettate che, in famiglia, venivano contate per equità».

Piergiacomo Oderda

di Piergiacomo Oderda

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