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VIDEO. Pinerolo com'era: dalle case di tolleranza a oggi. La testimonianza di Dotti

di Martina Decorte

 

Nel video su vocepinerolese.it alcune parti del racconto di Dotti

Riccardo Dotti, conosciuto ed apprezzato dai pinerolesi per il suo continuo impegno sociale nel tenere puliti i viali, è un esempio di memoria storica della nostra città ed in particolare del centro storico, dove ha vissuto la sua giovinezza e ha portato avanti la sua attività di artigiano del marmo. Un’ attività, specializzata nell’arte funeraria,  iniziata dal padre Edmondo nel  1927 e terminata 1997. Nel 1966 a Edmondo Dotti la consegna del “Premio fedeltà al lavoro” con diploma e medaglia d’oro.  “Spetterebbe anche a me questo riconoscimento – afferma Riccardo Dotti - con 38 anni di contributi versati e tanto onesto lavoro.”

Vediamo, attraverso i suoi occhi, i primi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale e come la città si è trasformata nel corso del tempo.

Quali episodi della sua infanzia ricorda legati alla Seconda Guerra Mondiale?

“La mia famiglia, quando io e mia sorella eravamo piccoli, abitava nel caseggiato che c’è prima del campo nomadi. Quando avevo 4 anni abbiamo dovuto lasciare la nostra casa e siamo stati sfollati a Bricherasio. Durante la guerra quando suonava l’allarme i miei genitori prendevano me e mia sorella, allora molto piccoli e ci avviluppavano nelle coperte per portarci su a Costa Grande, unico posto sicuro. Mio padre mi raccontava che si vedeva tutta Torino in fuoco a causa dei bombardamenti. Un giorno non è stato dato l’allarme per tempo ed è caduta una bomba del giardino dietro il Cottolengo, una volta Ospedale, la quale era indirizzata alla caserma dei Carabinieri, ma è stata sganciata prima del tempo. L’impatto ha creato una voragine di un metro ma non è esplosa all’impatto. Lo spostamento d’aria è stato talmente forte che ha fatto esplodere tutti i vetri della camera da letto dove dormivano io e mia sorella minore. Non potevamo scappare via, in quanto sopra di noi c’erano già gli aerei, allora siamo scesi giù in cantina per ripararci. Mi ricordo che c’erano delle lastre in marmo nel nostro cortile, data la professione di artigiano del marmo di mio padre. I proiettili degli aerei venivano giù ad una velocità tale che hanno forato le lastre, senza spaccarle. Dopo ci siamo dovuti rifugiare dai miei zii a Bricherasio. Ricordo anche che per tanto tempo c’è stata una carcassa di aereo di fianco alla caserma dei Carabinieri.

Nel 1949, subito dopo la guerra, siamo tornati a Pinerolo. La nostra casa non era più agibile e ci siamo trasferiti in via principi d’Acaja, subito dopo la casa del vicario. Abbiamo trasferito lì anche l’azienda di famiglia, che io e mio padre abbiamo gestito per 70 anni. All’epoca gli artigiani del marmo avevano tutti l’attività in Via Trento, per questo motivo anche i miei genitori volevamo trasferirsi lì. Hanno comprato uno stabile che apparteneva ad un anziano signore, il quale possedeva una piccola fabbrica di cioccolato a Bricherasio. Dovette vendere lo stabile a causa del fallimento di quest’ultima, così da poter pagare la liquidazione alla segretaria.”

L’attività di famiglia ha risentito della guerra?

“Non particolarmente per fortuna. Noi eravamo specializzati nell’arte funeraria, è vero che allora la gente non aveva soldi,  ma ci si accontentava di un lavoro semplice ma ben fatto. Le persone onoravano i loro cari defunti, a costo di fare dei sacrifici. Per questo motivo noi abbiamo continuato a lavorare. Non ci arricchivamo ma si tirava avanti. I lavori di edilizia, invece, li facevamo raramente e soltanto per privati. ”

Qual era il luogo dove si poteva trovare di tutto a Pinerolo?

“Sicuramente via Trento. Si poteva trovare di tutto: dal manovale al falegname, dal ciabattino al panettiere. C’erano tutti i negozi artigianali e commerciali dalla A alla Z … Era il cuore di Pinerolo! Ricordo il via vai della gente intenta a vendere o comprare qualcosa. Uno scenario molto diverso da quello che ci si presenta oggi.

Passavano per le vie zampognari, arrotini, venditori di pellicce di coniglio, tante persone che cercavano di che vivere. Per esempio, in Via Trento, angolo via Assietta,  c’era una pescheria  e le tante panetterie Beltramino,  Camissassi (poi diventata Rodin) , Benna. In una tabaccheria c’erano due sorelle innamorate di me e se ne era accorta mia mamma. Ricordo, negli anni ’60 – ’65,  che ogni tanto passava l’accalappiacani che prendeva i cani randagi. Li custodiva tre giorni e poi, se nessuno li reclamava, li ammazzava. In quesi tempi era così. Il cane non era ancora un animale protetto. ”

Il Centro Storico è sempre stato come lo vediamo noi adesso?

“Negli anni è molto cambiato. Non solo c’erano più esercizi commerciali e molta più gente che vi si recava per comprare, ma è cambiato anche a livello architettonico. Ad esempio i muraglioni tutti rivestiti di mosaico che ci sono in via principi d’Acaja, lato scalinate. Quei muraglioni sono stati costruiti un po’ alla volta negli anni, in prossimità delle varie elezioni politiche, per fare vedere alla comunità che si davano da fare. Ma come si può ben notare non rientrano nello stile del centro storico. Ormai ci sono solo più attività per consumare, ma non per produrre. Guardi i negozi che offre oggi il nostro centro storico: birrerie, gelaterie, pizzerie … tutte dedicate al consumismo! Non c’è più il vero fabbro, il vero falegname, il vero artigiano.. è un patrimonio che stiamo perdendo.”

In passato il centro storico era considerato un luogo di prestigio?

“Non tutte le vie del centro erano ben frequentate. In origine via principi d’Acaja era chiamata “via nuova” ed era un posto malfamato. Infatti c’erano due case di tolleranza. La via era il simbolo del bordello municipale e tutte le settimane veniva un medico, mandato dal Comune, il quale aveva il compito di visitare le ragazze che si prostituivano. Ci andavano soprattutto i giovani militari. All’epoca mi scandalizzavo, data la mia giovane età, rimanevo allibito di fronte ai ragazzi che, cantando e ballando, si dirigevano all’interno delle case. Anche i preti ogni tanto si andavano a “consolare” con le giovani. Verso gli anni ‘60 via nuova si è trasformata nella “via dei ricchi”, i quali hanno comprato e ristrutturato parecchi edifici . Da quel momento la via non è stata più abitata da povera gente ma da benestanti.”

La popolazione di Pinerolo ha risentito della guerra?

“Certo, non è stato facile riprendersi. Ci siamo tutti rimboccati le maniche, giovani e anziani. Allora, quando io ero giovanissimo, gli anziani non avevano la pensione e si doveva lavorare fin quando le forze lo consentivano. Oggi c’è la crisi ma ,in confronto a quegli anni, facciamo la vita da signori. Molti erano costretti a mangiare pane asciutto, senza pietanza, tanta era la povertà. Tuttavia c’era molta più collaborazione e sostegno tra i singoli cittadini, tutti si aiutavano come potevamo. La ripresa definitiva c’è stata negli anni ‘60 con il boom economico e la nascita dell’industria.”

Il centro storico da chi era abitato in prevalenza?

“Soprattutto da commercianti ed artigiani, i quali possedevano o sotto casa o nei pressi la loro attività manifatturiera. Insomma, da gente semplice.”

I benestanti, invece, dove vivevano?

“I benestanti potevano permettersi di comprare una casa a Torino, oppure acquistavano grosse tenute fuori dal centro di Pinerolo.”

Il mercato è sempre stato come lo vediamo noi oggi?

“Il mercato è sempre stato in piazza Fontana. È un mercato molto vecchio, risalente a circa 200 anni fa ed è uno dei più importanti del Piemonte. Una volta, inoltre, c’erano anche le bancarelle in piazza Cavour, in piazza San Donato e in via Trieste dove si teneva il mercato delle cavagne, delle ceste. Ricordo che da bambino venivano allestiti dei mercati esclusivamente di funghi e io passavo le ore ad osservare tutte quelle ceste sparse per il centro storico colme di ogni tipologia di fungo. Più di cento cestini quasi ogni giorno! Purtroppo negli anni il mercato si è ridimensionato, in quanto non c’è più la produzione di una volta.”

Lei sa dove si tenevano le bische clandestine?

“Non saprei dire con certezza, passavo le mie giornate nel laboratorio a lavorare e non ero solito frequentare locali. Questi erano molto diversi dai bar che abbiamo adesso, era definite “bettole”, nelle quali si beveva alcool e si giocava a carte oppure al biliardo, scommettendo sottobanco. Questi locali erano principalmente sotto i portici.”

Quali erano i luoghi più frequentati e rinomati?

“Ricordo vividamente la pasticceria Castino che porta il nome del titolare, grande mastro pasticcere. Egli aveva l’attività dove oggi c’è la Banca Intesa. Era un vero artista! Ogni anno a Natale produceva il presepe interamente fatto di prodotti da pasticceria, lavorati a mano. A Pasqua invece produceva delle uova tutte ornate, una vera meraviglia! Era un luogo molto conosciuto, frequentato da tutta la gente aristocratica di Pinerolo. Anche la pasticceria Galup era molto conosciuta, la quale si trovava in angolo via del Pino.”

Chi è stato fondamentale per la sua formazione come artigiano del marmo?

“In primo luogo mio padre che mi ha insegnato tutto di questo mestiere. Devo a lui le competenze acquisite. Poi il professor Luigi Aghemo: scultore, pittore e cesellatore . Insomma ho avuto ottimi maestri ma, mio padre, in assoluto. Mio padre mi aveva mandato a studiare all’Istituto superiore d’arte di Massa ma sono andato via dopo un anno, ho subito capito che gli studi non erano la mia strada. Allora mio padre mi fece conoscere il professor Aghemo. Da principio io e mia sorella andavamo da lui a lezione, successivamente si trasferì da noi dove stabilì anche il suo laboratorio. È stato nostro ospite per vent’anni. Non solo era nostro insegnante, ma maestro di vita ed amico. Alla sua morte le sue opere sono rimaste in casa mia e molte scolaresche sono venute per poterle ammirare.”

Il nome Marucco le dice qualcosa?

“Marucco era l’amministratore del caseggiato dove io avevo il laboratorio. Era chiamato bonariamente “Marucco che fa il trucco”. Era un soggetto singolare, gli piaceva molto fumare la pipa ed andare in piola. Ricordo che avevo un magazzino che richiedeva un lavoro di manutenzione del tetto, le travi del soffitto erano marce e rischiava di crollare tutto. L’avevo detto al padrone di casa, il signor Costantino, che era necessario mettere in sicurezza il locale. Egli ha dato quindi l’ordine a Marucco di far fare dei muretti con 3 putrelle per sostenere i pilastri. L’amministratore ha diligentemente fatto costruire i muretti, ma le putrelle ha pensato bene di venderle. Era un vero filibustiere!”

Secondo lei perché i negozi del centro storico erano così fiorenti, al contrario di adesso?

“Tutti conoscevano tutti e si cercava di darsi una mano. I cittadini volevano e cercavano prodotti locali, di conseguenza alimentavano l’economia del piccolo commerciante e del piccolo artigiano, aiutandolo a tirare avanti. Al giorno d’oggi invece c’è più speculazione, si cerca il miglior offerente ed il prezzo più basso, anche ai danni della qualità del bene comprato.”

Negli anni ‘60 l’Italia ha vissuto un periodo di boom economico, di conseguenza si è riscontrato un massiccio flusso migratorio dal Sud verso le zone industriali del Nord. La migrazione meridionale ha interessato anche una cittadina modesta qual è Pinerolo?

“Molte persone del Sud sono venute da noi a cercare lavoro, in particolare a Torino, data la presenza della Fiat e di molte altre industrie dove poter trovare un’occupazione. Adesso noi discriminiamo tanto gli extracomunitari, ma io ho già fatto presente a tanti che anche voi, gente del Sud, siete andati via dalla vostra terra per cercare fortuna. Naturalmente si sta parlando di due realtà differenti, ma l’obbiettivo è il medesimo. Ricordo che in quegli anni molti padroni di casa non volevano affittare i locali ai meridionali, spinti dalla diffidenza e dalla paura del diverso. I meridionali venuti qui avevano un atteggiamento prepotente  nei confronti di noi piemontesi e ci prendevano in giro facendo notare che loro emigrati erano la maggioranza. Non tentavano nemmeno di integrarsi nella nostra comunità, ma preferivano creare nelle micro realtà composte esclusivamente da gente della loro terra. Altri, invece, si sono integrati e hanno aperto delle attività artigianali nel pinerolese ma rappresentavano la minoranza.”

Cosa vede oggi nel centro storico?

“Vedo desolazione, una città che sta morendo … una volta c’era sempre gente che passeggiava per le vie, negozi e botteghe aperti e persone che compravano e vendevano in qualsiasi giorno della settimana qualsiasi cosa. Ora è una città senza più anima.”

Che cosa si dovrebbe fare per rivitalizzare la nostra città?

“Secondo me si dovrebbe prendere in considerazione l’idea di costruire un parcheggio, in quanto al giorno d’oggi l’auto è diventata un mezzo indispensabile, sia per i commercianti che per gli acquirenti. Senza macchina ormai nessuno va da nessuna parte. Inoltre i negozi dovrebbero tenere aperto durante il fine settimana, poiché il sabato e la domenica sono le giornate in cui la gente è a casa e può passeggiare ed acquistare per le vie del centro. In questo modo l’economia potrebbe ricominciare a girare su un tenore più elevato. Al giorno d’oggi ormai Pinerolo si anima esclusivamente il venerdì e il sabato sera, grazie ai ragazzi che si recano in birrerie e bar, ma non è la vitalità che ho visto durante la via gioventù. Inoltre si dovrebbe incentivare e finanziare quegli istituti che insegnano lavori manuali per non riempire la città di teorici.”

Cosa ricorda con più nostalgia di quegli anni?

“Ricordo con immensa nostalgia la vitalità della città e la semplicità con cui si viveva. C’erano tante meno cose di adesso ma si viveva molto meglio.”

In quegli anni c’era la stessa indulgenza nel punire chi sbagliava?

“Assolutamente no, una volta chi sbagliava riceveva una punizione con la maiuscola, a volte persino eccessiva. Chi commetteva gravi reati veniva impiccato pubblicamente, chi invece commetteva reati più lievi veniva legato a dei ganci destinati al bestiame per far vedere a tutti che erano degli imbroglioni e rimanevano lì per diversi giorni. Si può vedere uno di questi ganci all’angolo della casa del vicario in via principi d’Acaja.”

Lei è conosciuto dalla comunità pinerolese per il suo impegno sociale nel tenere puliti i viali del centro. Da dove nasce la sua iniziativa?

“Tutto è iniziato cinque anni fa, quando mi occupavo esclusivamente della pulizia delle aiuole del monumento ai caduti, spinto da un grande senso di rispetto nei confronti di chi è morto in guerra. Ho esteso il mio impegno quando, durante la stagione invernale, mi è stato chiesto dai cittadini se potevo curare anche i viali e togliere foglie e castagne. Ho accettato con positività questo compito e fintantoché non sarà troppo gravoso per il mio fisico e per la mia età, non proprio più da giovanotto, lo adempierò con gioia per la mia città e per i miei concittadini.” 

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