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VIDEO. Il poeta Roberto Rossi Precerutti. come il poeta vede Torino

 

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di Piergiacomo Oderda

La prospettiva multicolore dell’aula magna dell’Istituto “Bosso Monti” a Torino è lo scenario dell’incontro con il poeta Roberto Rossi Precerutti. In “Torino art nouveau e crepuscolare. Poeti e luoghi della poesia” edito da Crocetti (2006), troviamo una sua definizione sulla poesia, “non descrive, non illustra, non cataloga, non riproduce il reale. La risposta è, credo, nel suo sguardo, nella capacità di danzare sulla superficie e insieme dimorare dentro la cosa, rivelandone la fiamma e la finitudine”. «Il poeta vede in Torino una sorta di luogo dell’anima, di conseguenza Torino ha il volto che gli presta il poeta, gli echi e le risonanze della città diventano non in modo diretto occasione di poesia ma sono dei cassetti che si aprono nella memoria e quindi diventano l’occasione per un altro viaggio che poi è il viaggio che il poeta fa dentro di sé».

Quest’estate ho saccheggiato le biblioteche civiche torinesi alla ricerca dei suoi testi e mi sono imbattuto nella poetica del “Tombeau”. Un esempio, tratto da “Elogi di un disperso mattino” (Crocetti 2003): “Non abolisca questo marmo il fasto/lucente di una chioma il bel sereno/dell’occhio il dono nivale del seno/o il garofano del labbro”. «La poesia funebre non è un gusto del macabro fine a se stesso ma è l’occasione per una riflessione sulla finitudine dell’uomo, su questo nostro, dal mio punto di vista, esserci a caso».

Tante le parole di cui sono andato alla ricerca sul dizionario. «Una prima impressione che si può avere leggendo i miei testi è questa. Questi testi sono difficili, si usano parole rare. La sintassi è complicata, volutamente. E’ una scelta elitaria, se non aristocratica. In realtà è una scelta politica. Fra le varie cose che un poeta degno di questo nome dovrebbe fare c’è la resistenza al linguaggio della banalità quotidiana».

Sull’uso dell’endecasillabo, «è un riferimento alla tradizione. Ci si misura con la tradizione per andare oltre, per superarla, è una misura quella dell’endecasillabo che sento molto congeniale».

L’arte è un riferimento costante per Rossi Precerutti, cito un verso da “Un sogno di Lorenzo Lotto” (in “La legge delle nubi”), “la luce che sfiora la perfezione levigata di oggetti sgomenti ad ogni gomito di buio”. Come va inteso il rapporto con la poesia? «La poesia non è e non vuole essere, una sorta di esegesi, di interpretazione al testo poetico. Non è un’illustrazione dell’opera d’arte di riferimento, il procedimento è quello di cui parlava un grandissimo poeta che mi onorava della sua amicizia, Yves Bonnefoy, che parlava della metaforicità naturale del linguaggio poetico che attraversa questo sistema di segni che è l’opera d’arte. Quindi sono due linguaggi che si intrecciano, due linguaggi uno che attraversa l’altro arrivando a esiti assolutamente imprevedibili».

In “Vinse molta bellezza” (Neos edizioni, 2015), appaiono alcuni poemetti ispirati alla “Bhagavad-Gita”, intitolati “Devozione a Krsna”. «Mi affascina profondamente come poeta l’intreccio inestricabile tra religiosità e poesia. Credo che sia elementarmente un bisogno del divino che io sviluppo nell’unico modo che mi è in qualche modo familiare, lo scrivere versi. Come se parlando di una virtù cristiana, la carità, è come se il mio modo di voler bene agli altri fosse lo scrivere, io questo so fare, questo faccio».

Rossi Precerutti insegna nella scuola che ci ospita, cito dalla poesia “Non viene l’alba”, “s’inseguivano voci dalle ariose/spalliere, si apriva il mattino nelle/pareti scialbate dell’aula – ancelle/premurose dell’ansia, le ore afose/come svogliato perdersi squadernano/tensioni”. «Mia nonna che era un’artistocratica, quando io le dissi che avrei fatto lettere e quindi per vivere avrei fatto l’insegnante, disse, “Beh, certo far l’insegnante con la nobiltà delle nostre origini è una deroga”, non parliamo dell’aspetto economico. “Ma piuttosto che lavorare!”, disse mia nonna. Come se fare l’insegnante fosse un perdere tempo».

Rossi Precerutti ha un «rapporto lungo di grandi amicizie» con il cinema, in particolare per il film “Luce dei miei occhi”, di Giuseppe Piccioni (2001), interpretato da Sandra Ceccarelli (Maria) e Luigi Lo Cascio (Antonio). «Luigi Lo Cascio è un amico veramente fraterno con il quale abbiamo lavorato molto insieme. Io tra l’altro ho pubblicato alcuni suoi testi teatrali, ho scritto l’introduzione ai suoi testi. Abbiamo fatto insieme delle letture, delle serate in amicizia. Stessa cosa con Sandra Ceccarelli, abbiamo fatto anni fa un memorabile spettacolo ispirato al film “Luce dei miei occhi” con letture di testi che io avevo dedicato al film con la regia di Piccioni».

Un’anticipazione: «“Un sogno di Borromini”, quindi anche qui l’arte dedicato al grande architetto barocco, anche qui prosa e poesia. Sarà il mio prossimo libro. Non so bene quando uscirà ma si spera che esca prima o poi».

 

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