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Paolo Narcisi, il medico pinerolese che salva i migranti africani

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di Piergiacomo Oderda

Puntuale, determinato, Paolo Narcisi, presidente di Rainbow for Africa, coglie occasione anche dell’intervista per intessere nuove collaborazioni. Lo incontriamo nel giorno in cui è stato ritrovato il cadavere di un migrante a cinque chilometri dal confine, nella zona chiamata “orrido del Frejus”.

 L’associazione ha un presidio a Bardonecchia, qual è l’esperienza della Mission Freedom Mountain? «Rainbow for Africa è un’organizzazione che lavora soprattutto in Africa, là da dove partono molti di questi ragazzi, di queste famiglie, ormai anche donne e bambini, che abbiamo ritrovato a Bardonecchia. Durante quest’inverno ne abbiamo assistiti 1500 e ci piacerebbe pensare che per questi 1500 abbiamo contribuito a evitare una fine peggiore come quella del ragazzo che è stato ritrovato oggi. Quelli che arrivano nel presidio di Bardonecchia, dove tutte le notti un medico e un infermiere cercano di dare assistenza, ti raccontano questo tentativo, questa voglia di poter continuare a sperare di cercare un futuro, una vita migliore». L’osservazione amara si ricava dall’analisi dei dati della comunità senegalese di Firenze, la più grande d’Italia. «Fino al 2008, l’80% dei senegalesi arrivava in Italia con un visto regolare. Adesso la percentuale di quelli che riescono ad ottenere un visto regolare dai paesi in via di sviluppo è assolutamente infima, quindi l’unico modo per arrivare in Italia e in Europa è attraversare il deserto, essere picchiati, torturati, violentati nei campi di concentramento libici, passare il mare con tutti i rischi che questo comporta e poi arrivare in Italia dove con tutti i difetti del nostro sistema di accoglienza, per lo meno un’accoglienza viene data». Là dove le istituzioni non danno le risposte necessarie, questi ragazzi sono motivati «a cercare la speranza dall’altra parte della frontiera con tutti i rischi  che comporta. L’assunzione di questi rischi dovrebbe far  capire alle persone come noi che sono nate nella parte giusta del mondo per lo meno dal punto di vista economico, quanto sia importante avere un sogno, la voglia di crescere, di studiare, di lavorare. Come mi ha scritto più di uno di loro sui questionari anonimi che compilano nel presidio di Bardonecchia, “perché lo stai facendo?”, in alcuni casi la risposta è “per vivere”».

La tua scelta di diventare medico. Come ha influito la formazione scolastica che hai maturato a Pinerolo e soprattutto la figura del papà? «Io sono nato a Pinerolo e Pinerolo rimane sicuramente nel cuore, ci ho vissuto metà della mia vita insieme alla famiglia. Lì ci sono stati i miei primi amici, la scuola, i primi amori, tutto quello che forma e fa crescere una persona. Credo che la figura di papà sia stata determinante soprattutto per il suo modo particolare di fare il medico, un po’ legato agli stereotipi del medico condotto che lui era stato per lungo tempo in Val Chisone e all’affetto della sua gente. Lo ricordo da bambino quando tornava a casa sempre tardi perché l’ultimo giro in ospedale era dato dal fatto che bisognava passare per il letto di ogni malato e sedersi sul bordo del letto e scambiare qualche parola prima di andare a dormire perché quelle parole lì erano importanti per continuare l’avventura del malato e quella del dottore per il giorno dopo».

Sul sito scrivete: “partire da obiettivi chiari, puntare a risultati concreti, ottimizzando tempi e risorse”. «Noi abbiamo cercato di allontanarci dal concetto di beneficenza nei confronti della cooperazione. Noi riteniamo che come facciamo i medici e gli infermieri in Italia, la stessa cosa lo dobbiamo fare quando lavoriamo in Africa. Questo vuol dire che bisogna studiare il problema. Tutte le volte, prima di iniziare ad affrontare una missione, viene fatto un lavoro di ricerca che è impostato con tutte le caratteristiche del lavoro scientifico. Infatti molte delle nostre attività sono diventate degli articoli pubblicati su riviste scientifiche internazionali. Da questo lavoro di ricerca nasce un progetto e il progetto viene fatto utilizzando protocolli, tecniche, modi di lavorare e di pensare moderni. Il vecchio modo di fare beneficenza portando quello che non si usa più nei nostri ospedali è una cosa che non deve più succedere. La medicina è medicina che sia in Italia o dall’altra parte del Mediterraneo. Contano moltissimo le risorse a disposizione e questo vuol dire utilizzare nuovi modi di pensare, nuove collaborazioni che abbiamo a livello di Politecnico, per es., oppure con altre organizzazioni per trovare soluzioni diverse con un minore impiego di risorse».

In Italia realizzate attività nelle scuole di educazione allo sviluppo. Com’è possibile partecipare al vostro progetto? «Per aiutarci bisogna essere realisti, serve denaro. Chi vuole aiutarci lo può fare andando sul nostro sito Internet o sulla pagina Facebook dove troverà il numero di conto dell’associazione. C’è la possibilità di lasciare il 5 per mille. Vorrei ringraziare i valdesi delle valli Chisone, Susa e Pellice perché la Tavola valdese, l’8 per mille valdese è tra i nostri grandi finanziatori. Sono persone estremamente rigorose, non è facile avere finanziamenti dall’8 per mille valdese, i progetti devono essere accurati, rendicontati».

Quale connessione tra il tuo lavoro al CTO di Torino e la tua esposizione al volontariato? «Ho cominciato a fare il medico ormai tanti anni fa. Il volontariato c’è sempre stato nella mia vita. Le mie prime missioni all’esterno ormai sono del ’95 con la guerra in Bosnia. E’ stata una scelta inevitabile nel momento in cui io con altri colleghi giovani decidemmo di fare dell’attività di cooperazione internazionale in campo medico. La mancanza di esperienza che veniva richiesta da altre associazioni ci fece accettare l’unica opzione possibile che era andare in guerra. Rainbow for Africa è nata anche per questo, per permettere ai nostri giovani, ai nostri specializzandi, ai giovani infermieri, a chi esce dall’università (e questa esperienza non ce l’ha) di lavorare con dei tutor professionisti, dei medici, degli infermieri più anziani e esperti per farsela quest’esperienza e dare contemporaneamente il suo contributo alla crescita e allo sviluppo. Ci piace pensare che noi lavoriamo per lo sviluppo dell’Africa ma anche dei nostri ragazzi, è estremamente importante!».

Piergiacomo Oderda

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