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Enrico Nivolo, sui temi della discriminazione, del pregiudizio, dell’ascolto.

VIDEO

di Piergiacomo Oderda

 «Siete in gamba nel raccontarvi». Enrico Nivolo, dottorando in antropologia, ci spiega come ha lavorato con gli studenti dell’Istituto Avogadro di Torino sui temi della discriminazione, del pregiudizio, dell’ascolto. «Mi sono inventato un laboratorio, “Mister Chocolat”, che deve il suo nome al film di Roschdy Zem del 2016. Il film si interrogava se il pubblico francese dell’epoca ridesse di quel clown che era un clown di colore perché era di colore oppure perché era un clown che facesse davvero ridere. Ho cercato di stimolare i ragazzi, sia attraverso l’utilizzo di immagini o di un racconto, alla produzione di elaborati che fossero nelle forme più diversificate possibili, attraverso l’uso di fumetti, di video».

“Ridere dell’altro: tra umorismo e discriminazione” è il titolo di un tuo intervento ad Asti nell’ambito del programma Passepartout, quali sono le intuizioni di partenza? Al mio progetto di dottorato è stato affidato un titolo, “Il pluralismo religioso nelle scuole italiane” . Ho cercato di sondare quale fosse la percezione del confine da parte degli studenti tra umorismo e discriminazione. Fino a che punto posso ridere dell’altro e fino a quando questa risata interculturale, interreligiosa si trasforma in qualcosa di offensivo. Credo di aver individuato quattro aspetti principali di questa risata che si muovono un po’ su due assi differenti. Il primo asse è l’asse del potere, se c’è asimmetria di potere o simmetria di potere. Quando c’è asimmetria di potere chiaramente è una risata che io colloco nella sfera più razzista della battuta. Faccio un esempio, l’insegnante fa la battuta al ragazzo perché sbaglia a scrivere una determinata parola. Allude al fatto che è straniero e quindi non riesce a produrre un testo in italiano corretto. C’è un’asimmetria di potere ed è il riso dei potenti sui deboli. Quando viene ribaltata l’asimmetria di potere, la risata passa ad essere dal mio punto di vista possibile perché sono i deboli che ridono dei potenti e quindi passiamo in aspetti più carnevaleschi, satirici della risata. Quando invece c’è simmetria di potere e quindi pensiamo al gruppo dei pari, la risata tra i ragazzi, la risata provoca un ribaltamento dell’asse di potere e quindi scaturiscono episodi di bullismo, penso ad un gruppo di compagni che prendono in giro un’unica ragazza perché indossa il velo. Vorrei insistere, invece, nella diffusione di una risata paritaria che può anche spingersi verso i limiti ma è reciproca, fin tanto che io sono disposto, prima di ridere dell’altro, ad accettare che qualcuno ridesse di me. Rimane paritaria, è qualcosa che può favorire l’incontro interculturale ed è una risata democratica».

“Antropologia dei clown. Percorsi rizomatici tra liminalità e anti-struttura” è il testo pubblicato nel 2016 (ed. Mimesis). Come si è svolta la tua ricerca, l’osservazione partecipante presso la Scuola Teatro Dimitri in Svizzera e con “Milo e Olivia” e soprattutto perché lo studio del pagliaccio è una cosa seria? E’ la ricerca che ho condotto per la mia tesi magistrale all’Università di Torino. Sono partito proprio da “Milo e Olivia”, due amici che gestiscono una scuola ad Asti, la scuola Chapitombolo in cui ho fatto circo per un po’ di anni. Dovevo fare uno spettacolo conclusivo, il classico saggio che si fa alla fine del corso. Facevo “palo cinese”, una disciplina per cui ci si arrampica su una pertica. All’inizio della scenetta dovevo creare un piccolo numero clownesco, una semplice camminata un po’ da ubriacone, barcollante. Quella camminata mi ha posto più difficoltà che salire sul palco perché dovevo far ridere, dovevo evitare certi eccessi, dovevo essere naturale, c’era tutta una serie di tecniche per cui ho detto: “Ma è così difficile far ridere?”. Milo mi ha proposto di andare alla Scuola Dimitri, un clown molto famoso in tutta la Svizzera. Ho potuto osservare le lezioni che i ragazzi facevano per diventare clown. L’esperienza etnografica non è stata molto lunga ma è stata densa e mi ha permesso di creare un confronto con altre metodologie, la metodologia Lecoq, quella che ho definito clown-poiesi ispirandomi alle teorie di Francesco Remotti e di altri antropologi di Torino. Così è nato un interesse per il processo per diventare clown».

Dallo studio sui clown hai l’ardire di proporre un ripensamento dell’antropologia! «Un ripensamento a partire da due punti di vista, uno sulla necessità dell’antropologia di uscire dall’accademia cercando di dialogare il più possibile con i non addetti ai lavori e allo stesso tempo con la politica stessa, in questo momento ci sono delle cose che l’antropologia potrebbe dire, per esempio, sul problema dei migranti. Allo stesso tempo forse più sul piano epistemologico, alcuni autori che ho utilizzato per analizzare il clown possono essere utilizzati in nuovi paradigmi per l’antropologia».

Quando ti sei innamorato dell’antropologia? «Prima di iniziare l’università ho preso un anno sabbatico, dopo il liceo perché non ero sicuro sul percorso da iniziare. Ho iniziato a viaggiare. Sono stato a fare il pizzaiolo negli Stati Uniti». E’ stata determinante «proprio questa tematica del viaggio, questo spostamento un po’ fuori dalla mia realtà. Provengo da Asti quindi una realtà molto piccola, molto chiusa e sono finito a Philadelpia, una grande metropoli, il passaggio è stato abbastanza forte. Ho iniziato a nutrire interesse per il viaggio e poi anche un po’ per il confronto interiore. L’unica cosa che avrei potuto studiare non poteva che essere l’antropologia!».

Piergiacomo Oderda

 

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