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VIDEO. la pinerolese Annalisa Bertrand e il volontariato attivo.

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Servizio di Piergiacomo Oderda

Annalisa Bertrand accoglie pazientemente nel salotto di casa la piccola invasione della troupe di Voce Pinerolese. Le proponiamo qualche citazione tratta dai suoi testi, “Pozzo e cenere” (2015) e “Neri come l’inferno, liberi come l’aria” (2011). “Ci sono viaggi che uno non dimentica per tutta la vita, particolari che anche dopo anni inarrestabili vengono alla mente, sono colori, odori, profumi, fiumi”. «I viaggi in Africa non sono viaggi di turismo ma viaggi dell’anima perché quando torni non sei più quello che parte. Ti lascia tracce indelebili di cambiamento e guardi il mondo qua con altri occhi, con altre sfumature. Sono colori forti perché tutto è estremo, il colore dell’argilla, il colore della sabbia priva di qualsiasi vegetazione, il verde è rigoglioso, sono i colori soprattutto delle persone che sono quelle che ti lasciano di più un’impronta vera». Le chiediamo di rievocare un personaggio centrale nella missione di suore giuseppine in Congo, suor Diomira. «Non è una donna ma un uragano. Non è una suora, ma è molto di più, una mamma e quest’anno ha fatto cinquant’anni di vita in Africa. Ha fondato un orfanotrofio e soprattutto una maternità e un ospedale. Quando ti perdi per le strade che ovviamente sono pura sabbia e nessuna via basta che uno chieda dell’ospedale di Mamma Diomira e tutti sanno dove si trova». Nel secondo testo, Annalisa assume la prospettiva della piccola Fajà. “Il pozzo è lucido, argenteo, ti accoglie tra i canneti, è un brulicare di vita, è un arazzo di vita tinto di rosa”. «Il pozzo nella vita africana ha un’importanza centrale perché è luogo di incontri ed è soprattutto un luogo tinto di rosa, si dice che l’acqua in Africa viaggia sulle spalle della donna perché sono le donne fin da piccole, dalla tenera età ad andare a prendere l’acqua al pozzo. I pozzi sono a vari chilometri dai villaggi, li vedi partire piccolini, grandicelli, a qualsiasi età, anche di notte, per andare a prendere l’acqua al pozzo. Fajà, la protagonista del libro, che è una bimba che ho davvero conosciuto, l’ho conosciuta lì vicino ad un pozzo». Un’immagine sul cibo: “Qui da noi è un momento collettivo, tutto si spartisce, non esiste il singolo piatto o la porzione individuale, tutto è comunione”. «Il cibo è molto poco, scarseggia; come scrivono i libri, spesso i bimbi mangiano un pacchetto di biscotti secchi tutto il giorno, se va bene e bevono dei sacchetti di acqua che magari raccolgono per strada. Però, quando c’è un ospite o quando c’è qualcosa di comunitario, c’è un unico piatto condiviso, per lo più di riso, dove si pesca ognuno con le proprie mani perché non ci sono posate, si appallottola e si mangia questo per far capire il senso della comunione, della spartizione del cibo». La musica:Non so dove troviamo ancora il fiato, abbiamo delle bacinelle in testa pesantissime ma è come se la voce nascesse da dentro l’anima… è un riflesso antico, forse perché il popolo africano è sempre stato abituato ad esprimere la propria sofferenza e fatica cantando”. «La musica è una loro arma di resilienza, una forma di arte pura che scatenano con tutto il corpo nel senso che noi siamo impacciati nei movimenti, rigidi, loro anche solo camminando sembra che danzino. Molte danze erano, come nel caso della capoeira che è più brasiliana, una danza di schiavi. Lottavano e si difendevano tramite la danza e l’hanno trasformata in arte. Ci sono poche distrazioni, pochi piaceri, allora cantano molto, cantano nei campi, cantano camminando, le donne nei cori delle chiese e diventa anche lì una coralità che esprime lo stare insieme agli altri». E’ toccante la scena del ritorno a casa dei volontari. “Vanno via di schiena e con loro se ne vanno i giochi, i salti, il solletico, i disegni con i pastelli a cera, le canzoni al pozzo, i ragazzi a piedi, le passeggiate, i giochi con il pallone”. «E’ forse l’aspetto più complesso, mi è capitato di affrontare dei viaggi da sola ma anche di essere accompagnatrice di altre persone e il ritorno è sempre il momento più delicato perché tu devi essere là per loro un mese ma devi anche pensare che dopo un mese se fai questo tipo di esperienza prenderai l’aereo e tornerai a casa. Tu non devi lasciare un qualcosa di insaziabile anche perché molti bimbi hanno tutti i loro vuoti da riempire, devi essere presenza in quel momento e poi devi essere capace del distacco sano, affettivo». Annalisa Bertrand fa parte del direttivo dell’associazione “Joaquin Gomes”. «Nel 2001 sono stata la prima volta in Brasile, dal 2008 ho sempre fatto viaggi tutte le estati. Sono entrata nell’associazione con la quale abbiamo due missioni, una a Joaqin Gomes in Brasile, l’altra a Gatunga in Kenia. E’ un volontariato attivo, portiamo avanti progetti continui di raccolta fondi e di sensibilizzazione. C’è una grandissima festa a Piossasco a giugno che è la festa brasiliana». “I bambini nella mia vita sono stati i sicuramente i miei più grandi maestri”. Come la tua esperienza in Africa ha modificato il tuo essere nella scuola?«Sono un’insegnante di scuola dell’infanzia qua, però i più grandi insegnamenti dai bambini li ho ricevuti là. I bambini sconosciuti appena ti vedono ti regalano un pezzo di pane o perché si fidano, o perché non si fidano. Mi ha cambiato perché ricordo spesso ai miei bambini di qua l’importanza di non avere pregiudizi, di cercare di essere accoglienti, di avere delle visioni ampie di pensiero perché queste visioni ampie si fanno nascere fin da piccoli. In Guinea abbiamo aperto una scuola che si chiama “La pépiniére” ha 327 iscritti e abbiamo appena finito una raccolta di materiale scolastico. E’ partito come gioco dai miei alunni, dalle famiglie e si è sparsa a tutte le scuole di Piossasco e di Roletto. Abbiamo fatto 503 chili di materiale raccolto così per gioco». Le chiediamo un ricordo del fratello, mancato vent’anni fa nelle operazioni di spegnimento di un incendio. In esergo al primo testo troviamo queste parole: “A David che mi ha insegnato che ogni attimo è quello giusto per un sorriso, per guardare in alto e per guardare l’altro”. «Davide è mio fratello, oggi è il suo anniversario. Sono vent’anni che non c’è più. Avevamo un sogno insieme che era quello di andare a conoscere altre realtà nel mondo. Non l’abbiamo realizzato. Mi ricordo che ero ad un tavolo un giorno, era appena successo, sarà passato un mese. Ho scritto su un diario: “Sarò le tue mani, sarò i tuoi piedi”. Lì mi sono sentita, dopo che ero un po’ distrutta, invece molto forte, pronta a scoprire un po’ il mondo. E’ molto grande ma anche molto piccolo, molto simile, è sempre una ricchezza».

Piergiacomo Oderda

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