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"Invecchiare senza invecchiare", un manuale di prevenzione del dott. Giancarlo Isaia

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Servizio di Piergiacomo Oderda e  riprese e montaggio di Marco Riva

Il dott. Giancarlo Isaia presenta la sua nuova pubblicazione “Invecchiare senza invecchiare” (Pacini editore medicina, 2018). «Per oltre quarant’anni medico alle Molinette, per oltre venticinque anni primario, ne ho viste di tutti i colori e mi sono reso conto intanto che abbiamo più gente anziana». Con chiarezza ragiona sulla domanda: “Come mai c’è gente che invecchia bene e c’è gente che invecchia male?“. La prima ragione è il patrimonio genetico. Quando papà e mamma si sono congiunti, hanno fecondato i gameti, è partita la grande lotteria». Tuttavia studi scientifici su gemelli che «separati dalla nascita per vari motivi uno finisce negli Stati Uniti e l’altro va  in Arabia Saudita» dimostrano come a settant’anni siano «completamente diversi, non si somigliano neanche più perché evidentemente l’ambiente, l’alimentazione, la cultura, la religione, tante cose possono modificare il patrimonio genetico». Uno sguardo critico va al «Welfare, il Sistema Sanitario Nazionale; le tecnologie, gli esami, i farmaci, l’assistenza, i costi sono talmente tanti che il sistema sta scricchiolando». Da qui «nasce l’idea di fare una sorta di manuale della prevenzione». Riporta  la dialettica tra Terenzio e Cicerone sull’adagio “Senectus ipsa morbus est”, Cicerone rivendica a cinquant’anni di aver acquistato «in equilibrio, saggezza, ponderatezza, mediazione» e quindi di non essere affatto malato. «L’obiettivo del volume è quello di rendere diffusa e capillare la pratica della prevenzione. Come fatto culturale, non nozionistico. Chi è così convinto che non bisogna aumentare di peso? Il tessuto adiposo, la ciccia che sta attorno  all’addome per lo più ma anche altrove se è tanta, produce tante di quelle sostanze negative che vanno a ledere le arterie e poi ti viene l’infarto». In questo caso il sistema di soccorso mediamente efficiente riesce a intervenire, invece «il cronico non viene considerato. Due tac magari costano quanto due chilometri di pista ciclabile, e forse questi servono di più!». Cita Sante Baiardi che intendeva la salute non «come un fatto tecnico da far gestire dai medici ma un fatto culturale da far gestire dalla politica in generale. Se dò licenza di costruire una fabbrica, mi devo rendere conto che questa fabbrica non deve inquinare». Ricorda una frase letta sull’icona che la suora caposala teneva sulla scrivania: “Aiutami a curare il malato prima della malattia”. «A me hanno insegnato a curare la malattia. Quando sono andato a dare l’esame di patologia medica, il professore ti chiedeva lo scompenso, la cirrosi, l’ulcera. I medici curano la malattia, danno i farmaci per ciascuna malattia, tre o quattro malattie, diciotto farmaci. Pazienti quasi alla soglia dell’”exitus”, quindici farmaci, alcuni due, tre volte al giorno, ci vuole una segretaria per la somministrazione!». Ha diretto fino a due mesi fa il servizio di “Ospedale a domicilio”. «Persone con patologie acute, non cronici, hanno uno scompenso, anziché venire in ospedale vanno a casa. Avevo inventato pure la visita via “Skype”, ad un medico esperto basta guardare il paziente. Sa subito se sta bene o male, gli mette la telecamera così non va a casa sua. Ho passato dieci anni a convincere assessori di destra e sinistra che si sono succeduti. Non c’è stato niente da fare!». Gli specializzandi hanno preparato per il volume «la parte dottrinaria, ineccepibile per quanto riguarda il controllo bibliografico, scientifico. Poi me la sono tradotta, mi mettevo lì la sera, andavo avanti fino alle due del mattino, frase per frase, questa frase la capirebbe mia madre? Questo cosa vuol dire? Note a pié di pagina. Abbiamo fatto quest’operazione, credo che il successo del libro sia dovuto proprio al linguaggio comprensibile».

Nel dibattito, il dott. Isaia rievoca i suoi studi americani sull’osteoporosi. «Sono andato a Saint Louis e ho portato in Italia il secondo sensitometro. Era il 1983, è partita un’avventura che ci ha portato ad essere centro di riferimento regionale, con successi scientifici a livello internazionale. Abbiamo portato l’osteoporosi ad essere una malattia metabolica. Chi se ne occupa? L’ortopedico, il fisiatra, i medici di base non sanno bene gestire queste cose, sono bravi negli interventi chirurgici, aggiustare le ossa, mettere i busti, fare le protesi. Su cento pazienti che si rompono il femore, la media di chi viene curato bene non supera il 22%, la metà interrompe la cura dopo un anno. Il concetto di andare sul paziente è il filo conduttore di questo libro. Ho insegnato per quarant’anni all’università, per un motivo o per l’altro non tutti i medici sono così esperti di tutte le malattie. Il concetto specialistico viene esasperato. Non c’è nessuno che fa il “play maker delle patologie”. E’ il paziente che ci rimette».

Piergiacomo Oderda

Nella foto. Da sinistra Darwin Pastorin e Giancarlo Isaia

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