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“Maschio e femmina li creò (Gen 1,27)”. "Il matrimonio è un lavoro di tutti i giorni"

05/06/2014 7:46

Raccogliamo alcuni spunti emersi nell’incontro nazionale dei responsabili diocesani degli Uffici famiglia, associazioni famigliari “Maschio e femmina li creò (Gen 1,27). Le radici sponsali della persona umana”, svoltosi a Nocera Umbra. Da questo incontro si è avviato un lavoro a gruppi a durata biennale di confronto interdiocesano su come riportare le tematiche emerse negli ambiti della casa, della parrocchia, della scuola, dello sport, del web, della piazza.

Don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio Nazionale di Pastorale della famiglia, riprende un intervento fuori dal testo scritto di Papa Francesco, in occasione dell’incontro con i fidanzati avvenuto in Piazza San Pietro il 14 febbraio. «Il matrimonio è un lavoro di tutti i giorni, un lavoro artigianale, di oreficeria. Il marito ha il compito di fare più donna la moglie, la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Procurare che l’altro cresca. Se la gente dirà “Guarda che bella donna!”, si dirà “con il marito che ha, si capisce!”».

Tommaso Cioncolini, con Giulia e la piccola Chiara di sette mesi, affianca don Paolo e don Enzo Bottacini nell’annunciare in tutta Italia il Vangelo della famiglia. Invita sulla scorta del salmo 118, “una meraviglia ai nostri occhi”, a riscoprire la capacità di meravigliarsi di fronte all’unione particolare uomo/donna, «vediamo qualcosa di più di quello che i nostri occhi vedono». Giulia puntualizza la filosofia “gender” come «scissione tra natura e cultura». Don Paolo considera l’inserimento di Papa Francesco nell’orizzonte di San Giovanni Paolo II, «la futura evangelizzazione dipenderà in gran parte dalla Chiesa domestica, una coppia che accompagna chi chiede il battesimo per il proprio figlio o una famiglia che si apre all’affido temporaneo di un’altra famiglia, strangolata dalla crisi».

Don Guido Benzi, direttore dell’Ufficio Nazionale per la Catechesi, ormai in profonda integrazione con l’Ufficio Famiglia a partire dallo sforzo comune profuso nella pastorale 0-6 anni, è intervenuto come biblista. La domanda sottesa alla lettura di Genesi 2, 4b-25 è la seguente, «perché l’uomo è creato così, con una struttura a coppia, il maschile e il femminile?». Ricorre l’ebraico “kenegdo”, “non è bene che l’uomo sia solo, gli farò un aiuto che gli sia simile”, meglio “come lui davanti a lui”. «Adamo ha bisogno di qualcuno che lo aiuti ad essere se stesso». Anche nella vicenda di Gesù, in Gv 16,32, riecheggiano queste parole, “vi disperderete e mi lascerete solo ma il Padre è con me”.

José Granados, vicedirettore all’Istituto Giovanni Paolo II, dove sto seguendo con mia moglie il secondo anno del diploma di pastorale familiare, parte dal sottotitolo del convegno che evoca le radici sponsali della persona umana. «Le radici dicono stabilità, la differenza sessuale è fattore dinamico, apre lo spazio, è fattore di progresso». Recupera dalla filosofa H. Arendt una lezione di S. Agostino, «l’uomo è stato creato sulla terra perché ci fosse l’inizio, potesse cominciare qualcosa di nuovo». Il vero inizio non è con l’uomo solo ma con l’uomo e la donna, «l’amore tra le persone apre alla trascendenza. La famiglia autentica non è mai in crisi, è una risorsa per uscire da tutte le crisi per il mistero della fecondità. Non si può capire l’uomo e la donna guardando solo a loro, bisogna guardare al di più che nasce dalla loro unione». Il corpo ci ricorda che non ci siamo fatti da noi stessi, «è memoria in noi delle dita di Dio». E’ testimonianza di un dono ma è anche un compito, «posso farlo santo, il nostro corpo è chiamato a ricevere ed esprimere l’amore». Ripercorre le ondate del pensiero femminista fino al momento in cui si afferma che «anche la sessualità corporea è costruita culturalmente, anche il corpo che abbiamo può essere trasformato, è un’identità fluida». La differenza sessuale è il cammino per trovare l’incontro con Dio, «ti manca qualcosa, ti metti in cammino, sei in cammino con l’altro». Dal poeta tedesco Rilke, riprende l’immagine che quando l’uomo e la donna si sposano, sono custodi della solitudine dell’altro.

Varando Marano, osservatore giuridico per la Cei, introduce nuove categorie di linguaggio trattando del matrimonio “tra diritti e pretese”, a partire dalla domanda se la riflessione teologica e antropologica sia ancora in grado di intercettare la cultura giuridica, di incidere sugli sviluppi giurisprudenziali. «Solo in anni più recenti, in Europa e poi in Italia il tema del diritto al matrimonio è ritornato prepotentemente al centro del dibattito con il tema del cosiddetto “matrimonio omosessuale”». L’art. 9 della Carta di Nizza sul diritto di sposarsi e di costituire una famiglia ha fatto venir meno il riferimento a due persone di sesso diverso (presente nell’art. 12 della Convezione europea sui diritti dell’uomo del 1950), «non lo si riferisce più all’uomo e alla donna, non impone ma non esclude la possibilità di matrimonio tra persone dello stesso sesso». I rigorosi limiti di competenza dell’Unione Europea non hanno impedito pronunciamenti «suscettibili di incidere sul diritto di famiglia in modo indiretto». Ha ricordato ancora la sentenza della Corte Costituzionale n. 138 del 2010 in cui si riconduce l’unione omosessuale nella categoria delle formazioni sociali «nei tempi, nei modi, nei limiti stabiliti dalla legge. La Corte Costituzionale ha favorito un’evoluzione pur riconoscendo il ruolo del Parlamento». Nella foto don Paolo Gentili

Piergiacomo Oderda

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