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Guido Andruetto e i suoi ricordi pinerolesi

07/04/2019 14:15

di Piergiacomo Oderda

Nel caffè dell’hotel Bellevue di Cogne impediamo a Guido Andruetto (leggi anche qui:    http://www.vocepinerolese.it/fotogallery/2019-04-03/guido-andruettoun-li...) di sorbirsi con calma la sua bevanda calda. Qual è il tuo legame con Pinerolo? «Sono stato a Pinerolo negli anni delle scuole superiori. Ricordi belli, anche perché mio padre insegnava filosofia, in tanti forse ancora lo ricordano perché ha sempre avuto la barba bianca come Babbo Natale! Sono stati anni molto belli, ho anche scoperto negli anni dell’adolescenza il desiderio di contestazione, le prime manifestazioni studentesche a Pinerolo. All’Istituto Magistrale, al Rayneri mi era candidato a rappresentante di Istituto e avevo ricevuto cinquecento voti. Non so se perché ero un ragazzo ed erano tutte ragazze all’istituto magistrale o perché partecipavo molto attivamente alle manifestazioni. Ci sono ritornato da giornalista e scrittore perché ho presentato alla libreria Volare il libro su Giorgio Bertone, alpinista e guida alpina piemontese. Ha esercitato la professione a Courmayeur. Da quel libro è nato un filone di montagna, sia con i miei articoli per Repubblica, sia con questo nuovo libro che ho scritto sulla storia di due fratelli, due guide alpine di Courmayeur, i fratelli Ollier».
Quando nasce la tua passione per la montagna? «Da ragazzo sono stato avviato alla montagna in Val Chisone e in particolare a Pragelato.  Andavo a fare lunghe passeggiate in Val Troncea. Mi ricordo le escursioni con una guida naturalistica che ci accompagnava, le lunghe gite. Era sempre molto bello, si andava a fare queste escursioni tante famiglie insieme. La passione per queste storie di montagna nasce dalla frequentazione di Courmayeur dove tra l’altro il nonno dei miei figli, mio suocero, è guida alpina onoraria, un avvocato di Torino che è diventato guida alpina, dopo più di un centinaio di salite. Mi ha trasmesso un po’ di storie, un po’ di racconti. Ho stretto molti rapporti di amicizia con le guide. Andando a fare un po’ di escursioni e di salite, è nata la voglia di raccontare queste storie che sono fondamentalmente dimenticate». 
Qual è stato l’aggancio per raccontare la storia dei fratelli Ollier? «Sicuramente il primo libro di Giorgio Bertone perché ha aperto una porta su quel mondo. Quando parlo di Giorgio Bertone, parlo anche molto di Renzino Cosson oggi guida alpina emerita di Courmayeur che ha dedicato un rifugio sopra Courmayeur, al Mont de la Saxe, a Giorgio Bertone che è stato il suo grande amico e compagno di cordata. Bertone è scomparso nel ’77 in un incidente aereo sotto la cima del Mont Blanc du Tacul. Per Renzino Cosson è stata una perdita terribile, aveva un debito di riconoscenza che ha saldato dedicandogli un rifugio. Con Attilio Ollier c’era già un rapporto di conoscenza e di amicizia. Approfondendo, cercando nei documenti, nell’archivio di famiglia ho scoperto che era una storia incredibile. Questi due fratelli negli anni Sessanta e Settanta ma in particolare tra il ’68 e il ‘69 sono andati in contemporanea uno nella prima spedizione italiana al Polo Sud e l’altro alla prima spedizione italiana al Polo Nord. Dovevano occuparsi della parte alpinistica e scalare delle cime inviolate. Poi, aiutare lo staff di scienziati a fare tutte le analisi, la composizione dal punto di vista geologico, la classificazione degli animali. Attilio è andato in garage, ha preso una scatola, trecento e più diapositive mai viste prima. Qualche mese fa è uscito in nazionale su Repubblica una pagina dove abbiamo pubblicato diapositive inedite della prima spedizione italiana al Polo Sud. L’aveva fatta con Carlo Mauri, grande alpinista, esploratore, compagno di Bonatti». Cosa sono i  libretti delle guide? «Ognuno ha il suo libretto, c’è il libretto di Alessio e il libretto di Attilio. In ogni libretto c’è la dedica: il cliente con cui hanno fatto le salite le descrive con i complimenti, piuttosto che le osservazioni. Ricorrono clienti illustri o persone comuni. Alessio aveva accompagnato Roberto, un nipote di Luigi Einaudi, presidente della Repubblica. E’ la documentazione di quello che hanno fatto. Li ho presi e non ce l’ho fatta a tenerli più di tre giorni, li ho subito riportati alle famiglie, talmente dentro c’è la loro vita, una ricchezza di testimonianza incredibile». 
Piergiacomo Oderda
 

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