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Mozart e la massoneria. Intervista a Vittorio Sabadin

06/09/2019 8:06

Mozart e la massoneria

 

di Adriana Guglielminotti

 

Una cara amica mi invitò a partecipare ad una conferenza, tenuta da Vittorio Sabadin, su un tema a me caro, riguardante “storia ed interpretazione di alcune opere Mozartiane”. Affascinata dalla chiarezza di esposizione, dall’evidente bagaglio culturale dell’espositore nonché dal modo con cui, lo stesso, riusciva ad attirare sempre di più l’attenzione dell’ascoltatore rimasi altresì colpita da una serie di riferimenti, più o meno espliciti, contenuti all’interno di alcune opere del grande musicista austriaco, riconducibili alla massoneria. La mia curiosità mi spinse, a fine conferenza, ad approfondire un argomento così carico di fascino e, al tempo stesso di mistero, tanto che, approfittando di amicizie comuni e dopo essermi presentata, chiesi a Sabadin di soddisfare la mia curiosità col permesso di rendere partecipi anche i lettori di Voce Pinerolese.

Prima di esporre il contenuto della nostra conversazione, ritengo doveroso presentare, per coloro che non lo conoscessero, l’autore delle risposte che troverete di seguito.

Vittorio Sabadin ha lavorato per 35 anni a La Stampa, giornale del quale oggi è editorialista. Ha ricoperto per molti anni incarichi di vertice ed è stato corrispondente da Londra del quotidiano. Studioso della musica di Mozart, collabora dal 2014 con il Teatro Regio di Torino per allestire adattamenti delle opere liriche per le scuole, riducendo lo spartito a circa un’ora di musica e scrivendo un testo di guida all’ascolto che viene recitato da un attore che interpreta un personaggio dell’opera e che interviene tra un brano e l’altro. Tre altri adattamenti realizzati con il Regio da Vittorio Sabadin per un pubblico adulto, rispettivamente per il Flauto Magico e il Don Giovanni di Mozart e per Madama Butterfly di Puccini, hanno raccolto ogni volta in Piazza San Carlo più di 20.000 persone. Sabadin è stato anche Consigliere di indirizzo del Teatro Regio, incarico dal quale si è dimesso perché contrario alla nomina, decisa dalla sindaca Chiara Appendino, di William Graziosi alla Sovrintendenza del Teatro.  Ha pubblicato nel 2007 con Donzelli “L’ultima copia del New York Times”, un libro dedicato ai danni che l’avvento di Internet avrebbe causato ai giornali di carta ed ha scritto per Utet le biografie storiche della regina Elisabetta II, del principe Carlo e di Lady Diana Spencer.

 

Durante la conferenza e soprattutto nella interpretazione dell’Opera “Il Flauto Magico” mi è parso di cogliere alcuni riferimenti alla Libera Muratorìa.

“In realtà Mozart aderì alla massoneria nel dicembre del 1784, a 28 anni, come apprendista nella loggia “Zur Wohltätigkeit”,  Alla Beneficenza. L’anno dopo fu elevato a compagno nella  Loggia “Zur wahren Eintracht”,  Alla Vera Concordia, del barone Ignaz Edler von Born. Divenne infine Maestro nella “Zur gekrönten Hoffnung”, Alla Speranza Incoronata, la loggia più attiva in campo musicale. Non sappiamo perché lo fece. Le motivazioni stavano forse scritte nelle lettere che la moglie Constanze decise di distruggere dopo la sua morte, in un’epoca nella quale la massoneria era considerata sovversiva. Forse Mozart divenne massone perché aveva bisogno dell’aiuto, anche economico, di persone influenti; forse decise di farlo per seguire l’esempio di un compositore che lui stimava molto, Franz Joseph Haydn; o forse perché si riconosceva negli ideali della massoneria dell’epoca, nel comune intento di realizzare un mondo migliore nel quale rendere gli esseri umani più felici. Io credo più a quest’ultima ipotesi. Tutta la sua musica, non solo quella massonica, è pervasa da una grande tenerezza per l’Uomo preso così com’è, con i suoi pregi e i suoi difetti: Mozart non dà mai giudizi morali, ognuno deve avere diritto alla sua parte di felicità”.

Quali messaggi intendeva lanciare Mozart attraverso l’opera Il Flauto Magico?

“Nel bellissimo libro Viaggio in Oriente, Gerard de Nerval descrive la sua scalata alla Piramide di Cheope al Cairo, sulla cui sommità viene raggiunto da un ufficiale prussiano al seguito della spedizione archeologica di Richard Lepsius. De Nerval, massone, uno degli scrittori e poeti di maggiore talento dell’inizio del XIX secolo, chiacchiera con il prussiano e insieme lamentano il fatto che Il Flauto Magico di Mozart non venga mai rappresentato all’interno della Grande Piramide di Giza, perché proprio lì avveniva il processo di iniziazione che l’opera di Mozart descriverebbe. Tamino affronterebbe nell’opera lo stesso percorso che compivano gli iniziati dell’antichità egizia, un percorso dal buio del mondo materiale alla luce, attraverso la comprensione della verità. “Quando finirai o notte? – si domanda Tamino – Quando riuscirò a vedere la luce?”. Il messaggio del Flauto Magico è molto semplice: attraverso l’iniziazione e grazie all’amore gli esseri umani possono aspirare a una dimensione superiore, possono sperare di diventare simili agli dei. E non bisogna dimenticare che Mozart fa partecipe dell’iniziazione anche Pamina, una donna. Il suo messaggio più importante, secondo me, è quello che l’unione di un uomo e una donna, resa possibile dall’amore, rende più forti entrambi e consente di superare prove che da soli non riuscirebbero mai a superare. Il momento del secondo atto nel quale Pamina raggiunge Tamino per accompagnarlo nella prova del fuoco è una delle più struggenti composizioni di Mozart. Il canto di Pamina si leva con una purezza melodica che ci commuove, e Tamino lo riprende in un momento straordinario di unione tra due esseri umani”.

Mozart, in quanto credente convinto, come conciliava il cattolicesimo con la massoneria?

“Mozart era credente perché era stato educato a esserlo, ma crescendo aveva sviluppato una certa diffidenza nei confronti del clero, che non riteneva all’altezza della sua missione. Diffidenza ricambiata: quando morì, la famiglia faticò a trovare un sacerdote che accettasse di impartirgli l’estrema unzione. L’idea che aveva Mozart di Dio era più vicina a quella della massoneria, secondo la quale a un Grande architetto dell’Universo bisogna credere, ma non importa in quale forma sia rappresentato. Mozart pensava che ogni individuo potesse avere un rapporto diretto con Dio, senza bisogno dell’intermediazione dei sacerdoti delle varie religioni.

E’ quanto meno curioso che, all’interno delle musiche sacre di Mozart, non si percepisca alcunchè di tragico o di intristente come invece nella quasi totalità delle musiche sacre religiose

E questo lo si comprende ascoltando non solo la sua musica sacra, ma quanto di sacro egli ha messo nella sua musica profana: penso alla richiesta di perdono del Conte alla Contessa nelle Nozze di Figaro, al terzetto delle Maschere del Don Giovanni, persino al “Soave sia il vento” di Così fan tutte. E nella sua musica sacra Mozart ha voluto rinunciare alla visione cupa e auto flagellante di molte composizioni religiose della sua epoca, dandoci brani che sono religiosi e laici allo stesso tempo, improntati più alla gioia di vivere che al tormento del peccato e del pentimento. Persino nel Confutatis del Requiem i dannati dell’Inferno sono consolati dalla speranza espressa dalle sublimi, flebili note che concludono il brano. E poi basta pensare alla famosa lettera che Mozart scrisse al padre, nella quale afferma di non avere paura della morte, ma di considerarla come un’amica tranquillizzante e consolante. Solo partendo da questa sua convinzione possiamo comprendere a fondo la sua musica sacra”.

Quali sono i principali simboli che Mozart unisce, all’interno delle sue opere, che fanno ricondurre alla Libera Muratoria?

La musica massonica si caratterizza per il prevalente uso di strumenti a fiato: clarinetti, corni di bassetto, trombe, tromboni, fagotti. Già la composizione dell’orchestra ci dà quindi una chiave interpretativa. Il Flauto Magico è poi pieno di simbolismo massonici, legati al numero tre, al numero cinque e ad altri numeri : il 12, ad esempio, indica l’ora nella quale cominciano le riunioni delle logge e prima che Sarastro (un personaggio probabilmente ispirato al barone Ignaz Edler von Born, gran maestro della loggia alla Vera concordia) riunisca i suoi sacerdoti, udiamo 12 accordi ripetuti. Il tre è rappresentato dalle tre damigelle e dai tre fanciulli, il cinque dalla somma degli accordi con i quali comincia l’ouverture. Ma il significato massonico del  Flauto Magico è anche nascosto nel libretto dell’opera, così criticato per la sua apparente insulsaggine e invece pieno di concetti profondi. Personalmente concordo con quanti pensano che quel testo non sia stato scritto da Emanuel Schikaneder, che forse ha realizzato solo la parte buffa che lui interpretava, quella di Papageno, ma da Karl Ludwig Gieseke, un altro massone che aveva una preparazione culturale adeguata alla simbolica  complessità del testo”.

Vi sono musiche mozartiane utilizzate durante le riunioni massoniche? E se sì, quali ad esempio?

Per saperlo bisognerebbe partecipare alle riunioni massoniche, che sono invece eventi molto riservati. Ci sono però molti concerti dedicati alla musica massonica di Mozart, spesso organizzati in modo aperto dalle logge delle varie città. Insomma, non c’è nulla di segreto in questa musica, che Mozart componeva quando gli veniva richiesto per particolari occasioni, o per rendere omaggio a qualche illustre confratello. Ma non c’è dubbio che il capolavoro di questa particolare nicchia compositiva è la Maurerische Trauermusik K 477, un brano per orchestra composto in memoria di due membri della sua loggia che ci dice molte cose sul pensiero religioso di Mozart. Il dolore è sempre confortato dalla speranza, la morte è un passaggio verso qualcosa di misterioso che l’uomo non è in grado di comprendere, ma che non per questo deve essere affrontato con paura. Può darsi che l’esistenza in un nuovo stato, dopo, sia migliore di quella che lasciamo. Quando nel 1989 morì il grande direttore d’orchestra Herbert von Karajan, i Berliner Philarmoniker eseguirono in sua memoria  la Maurerische Trauermusik senza direttore sul podio. Un omaggio fortemente simbolico e commovente”.

Si può definire Mozart un illuminista? Se sì, per quali ragioni?

L’Illuminismo combatteva l’oscurantismo religioso e la tirannia e questi obiettivi erano sicuramente condivisi da Mozart, che era una persona molto più colta di quanto comunemente si pensi, e leggeva Rousseau e gli altri autori del suo tempo. A Salisburgo aveva sperimentato di persona, nei contrasti con il principe arcivescovo Colloredo, l’alterigia e la prepotenza dei tiranni. Non sopportava le ingiustizie e l’ipocrisia dalla quale era spesso circondato. Il suo sostentamento e quello della sua famiglia dipendevano però dalla benevolenza dell’imperatore e dei nobili della corte viennese, cui non ha risparmiato critiche espresse nelle lettere inviate al padre, ma ai quali doveva pur sempre ubbidire. L’Illuminismo credeva nella possibilità di riscatto dell’uomo, ma in quegli anni si fece anche strada l’idea che il “buon selvaggio” rappresentasse al meglio le qualità umane e che quella condizione fosse ideale per una vita felice. Mozart non l’ha mai pensato: il suo buon selvaggio è il Papageno del Flauto Magico, un essere che non aspira ad alcuna iniziazione, ma vuole solo mangiare, bere e trovare una ragazza per lui. Mozart non lo condanna per questo, proprio perché pensa che tutti abbiano diritto alla felicità e che la condizione umana possa essere espressa in varie forme: non tutti possono trovare la luce, ma chi può farlo dovrebbe cercare di farlo. Ma la frase più importante del Flauto Magico, è più significativa anche sul piano illuministico, la si sente all’inizio, quando Tamino, che si è presentato come un principe, chiede a Papageno: “E tu chi sei?” “Io? – Risponde Papageno – Io sono… un uomo”. Ed è facile capire quale delle due fosse per Mozart la qualifica più prestigiosa”.

Purtroppo il tempo è tiranno; avrei ascoltato per ore ed ore Vittorio Sabadin, incantata dal suo immenso sapere tuttavia mai impositivo ma sempre stimolante nel dare adìto a riflessioni anche le più personali. Mi congedo da lui con un “arrivederci” quasi amichevole confidando in una prossima chiacchierata, perché no, sui Reali d’Inghileterra magari insieme a quegli amici comuni che mi hanno concesso l’onore di farmi conoscere “un uomo”: Vittorio Sabadin.

 Nella foto Vittorio Sabadin

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