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Mons. Olivero a Torino spiritualità Per vivere devi trovare almeno un motivo per essere grati!

10/10/2020 19:13
Mons. Olivero torna a “Torino spiritualità” in uno stand in piazza Carlo Alberto, a Torino. Dopo la riflessione su “Guernica” dell’anno scorso, quest’anno la riflessione si incentra sulla “Crocifissione bianca” di Chagall (1938, The Art Institute, Chicago). La premessa è una riflessione sul respiro (tematica generale dell’edizione di quest’anno di “Torino spiritualità”), in collegamento con l’arte.
Il respiro è un atto vitale, «non si pensa mai che si sta respirando»; i malati di Covid hanno un “privilegio”, «hanno riscoperto che il respiro ci fa vivere». Definisce l’inspirare come «un atto di gratitudine», «ricevi l’aria, ce n’è per te e ce n’è tanta!». «Per vivere devi trovare almeno un motivo per essere grati!». Espirare, tirare fuori l’aria è “un atto di fede”, «la butti via tutta, ti fidi che ce ne sia ancora». Fisicamente il respiro ha come suo opposto il soffocamento, talvolta «una situazione legata allo stress, la fatica, il litigio, la pesantezza del vivere». Si collega alla metafora coniata dal filosofo Pirni, “oggi il soffitto si è abbassato”. Mons. Olivero mima un graduale abbassamento di un soffitto virtuale, così «vivrei chinato, senza uno sguardo lungo, vedo solo più i miei piedi».
Il futuro è diventato un muro, «la nostra società è la prima che vede il futuro come minaccia e non come promessa». Nella società dei nostri padri e dei nostri nonni, pur segnata indelebilmente dalla guerra, si guardava al domani come un’opportunità. Cita un’altra intuizione, stavolta di Charles Taylor su “L’età secolare” (Feltrinelli, 2009), un tempo c’era l’uomo poroso, ora c’è l’uomo schermato. Attraverso i pori passava la trascendenza, «spiriti, angeli, santi, divinità erano di casa». Per la società moderna, l’uomo ha uno schermo protettivo che «rende impossibile immaginare qualcosa oltre me», l’umanesimo esclusivo elimina tutto ciò che non sia alla portata dell’uomo. «La società è ripiegata sull’attimo, siamo sempre in ritardo, tutto è urgente, esiste solo l’adesso». Proietta un disegno del polacco Igor Morski per descrivere il modo con cui si sta nel tempo. Si scorge un orologio enorme con all’interno una figura di uomo, una ruota di ferro che gira da destra a sinistra in un deserto, perdendo via via ingranaggi. Il tempo pare essere qualcosa di rigido che ci trasforma in burattini. Assai diversa è la rappresentazione del tempo per Salvador Dalì (“La persistenza della memoria”, 1931, Museum of Modern Art, New York). Si racconta che l’intuizione degli orologi molli si sia originata dal formaggio molle, trovato una sera in frigo per cena. «Il tempo non è rigido, gli puoi dare una forma; la tua libertà è fondamentale, non è ciò che capita ad influire ma come reagisci a ciò che capita costituisce la sostanza del tuo vivere». «Alzare il soffitto, ampliare il tempo, trovare squarci per vivere». Cita la gioia in montagna nel ritrovare il sentiero o quando si cerca in parete un passaggio per tirarsi su anche solo di pochi centimetri. Accenna alla sua esperienza, al momento vissuto dopo l’estubazione, la tracheotomia, «giorni in cui in modo cosciente mi rendevo conto che stavo morendo, ho camminato fianco a fianco con la morte per qualche giorno. La sensazione era quella di evaporare. Le cose fatte, i successi, le lauree, i ruoli, tutto pareva inconsistente». Due cose restano: «la capacità di fiducia in Qualcosa o Qualcuno», innanzitutto. Poi, «mi passavano in mente tante facce, tanti volti con cui avevo costruito qualcosa, le relazioni che avevo vissuto».
«L’arte è uno strumento per alzare il soffitto», Recalcati scrive che l’arte è un ponte verso il mistero delle cose, «una ricchezza oltre quello che riesci a vedere, ti sfugge se la quantifichi». Ha la capacità di stupirti, «vedere un tramonto ti imprime nella carne la certezza che c’è qualcosa di bello, che la tua vita vale!». Ogni uomo ha «un’incredibile bisogno di credere» è un’intuizione della psicanalista Julia Kristeva (Donzelli editore, 2006).
Il vescovo proietta “Impression soleil levant” di Monet (1872, Musée Marmottan Monet, Parigi). Dopo la guerra, il pittore torna a Le Havre. E’ un momento di difficoltà, ha amici morti e in prigione. Il quadro mostra un grigiore diffuso, la città è ritratta nella nebbia del mattino. Ciminiere, gru, alcune barche in diagonale, i pescatori sono neri, stanchi. Poi c’è il sole, un circoletto rosso arancione che buca il quadro e crea una striscia, quasi «assicelle materiche che aprono una strada». Nel maggio del 1890, a pochi mesi dalla morte, Van Gogh dipinge “Sentiero di notte in Provenza di notte” (Museo Kröller-Müller, Otterlo, Paesi Bassi). Un paio di personaggi che camminano schiacciati dalla diagonale danno l’idea di come siamo piccoli, «la vita ci mette da parte». C’è una messe di grano che biondeggia e un cielo stellato dove si riconosce la Luna, Mercurio, Venere, dove c’è un movimento festoso. Al centro si staglia un cipresso che va oltre il cielo e pare un falò acceso, segno ancora di quell’incredibile voglia di credere.
Mons. Olivero introduce Chagall, pittore ebreo che fa riferimento alla religione, dipinge a partire da una macchia di colore. Da un’enorme macchia blu parte la Creazione. L’angelo è ritratto con Adamo, lo “butta” nella storia, lo immette nella relazione. Da una macchia di rosso si origina il dipinto sul sacrificio di Isacco. Gli occhi di Abramo sono carichi di dolore, “perché devo perdere mio figlio?”. L’angelo è lo squarcio di luce. Dal rosa nascono i dipinti sul Cantico dei Cantici. Nella “Crocifissione bianca”, Gesù viene inteso come «l’esempio più alto dei martiri ebrei, del dolore del mondo». La croce è un simbolo precristiano, la croce greca indica i punti cardinali, segna l’unione tra la dimensione verticale e orizzontale. Gesù è immerso in una scia di luce che piove dall’alto, circondata da scene di incendi e dolore. Il candeliere ebraico o “menorah” ricorda il fuoco che non si consuma nel roveto ardente ed è al contempo segno del settimo giorno in cui Dio si riposa e contempla la bellezza della creazione. Il quadro è stato dipinto nel 1938, segnato dalla sofferenza della “notte dei cristalli”, si intravede un ebreo che salva la torah, una mamma con un bambino, una barca che cerca riparo (evoca la sofferenza dei migranti di oggi), una città distrutta dai “pogrom” sovietici. La scala al centro fa pensare alla scala di Giacobbe e, per i cristiani, all’incarnazione, «il giorno in cui Dio è sceso in terra». «La morte fa paura» pensava Derio in ospedale, le diceva, «sei maledetta ma non avrai l’ultima parola, c’è uno squarcio oltre, quando ti manca il respiro si apre una prospettiva nuova».
Piergiacomo Oderda
 

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