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“L’infarto nell’era del Covid”

21/04/2021 7:32

Metti le due foto Giulio Stefanini e la foto infarto

“L’infarto nell’era del Covid”

Giulio Stefanini, Professore Associato di Cardiologia, Università Humanitas, interviene venerdì 23 aprile alle 17.30 ad una seduta scientifica on line organizzata dall’Accademia di Medicina di Torino sul tema “L’infarto nell’era del Covid” (www.accademiadimedicina.unito.it).

Melania Sorbera lo intervista per Medical Excellence Tv. Dalla prima casistica Covid relativa ai pazienti cinesi è emerso che «i pazienti con patologia cardiovascolare sono a rischio più alto per contrarre l’infezione e per un decorso sfavorevole della malattia». Si tratta di pazienti più fragili, «a rischio maggiore di prognosi infausta». Vedendo i pazienti in reparto, in terapia intensiva, i pazienti con un maggior numero di comorbilità tendono ad andare peggio. La giornalista domanda se il Covid 19 abbia condizionato la salute anche di coloro che non hanno patologie cardiovascolari. Il prof. Stefanini conferma implicazioni cardiovascolari legate all’infezione stessa che «possono interessare vasi e il muscolo cardiaco». Possono seguire episodi trombotici che interessano le arterie che portano sangue al cuore. Pertanto, risulta importante «monitorare la funzione del cuore». Dal punto di vista clinico e nel contesto di un progetto di ricerca «rivalutiamo a sei mesi dalle dimissioni i pazienti ricoverati col Covid», specialmente quanti hanno avuto uno “screzio cardiaco” durante il ricovero. Li si visita e li si sottopone a elettrocardiogramma, ecocardiogramma e risonanza magnetica.

Melania Sorbera riporta i risultati di una ricerca sulla paura del contagio, arriva a triplicare la mortalità da infarto «bruciando vent’anni di prevenzione». Secondo il prof. Stefanini, «l’infarto è l’urgenza cardiovascolare per eccellenza». Specie durante la prima ondata, si è assistito ad «una riduzione notevole dei pazienti con infarto al miocardio a presentarsi tempestivamente in ospedale», una resistenza motivata dalla paura del contagio. Parallelamente si è registrata una minore efficienza del sistema organizzativo, dato che le risorse erano impegnate per l’emergenza pandemica. Esistono pure implicazioni a lungo termine, infarti non trattati in modo adeguato portano ad un aumento di mortalità in fase acuta. Pazienti cardiovascolari cronici, scompensi, cardiopatie ischemiche necessitano di controlli regolari. Sono anch’essi vittime della pandemia in quanto nella prima fase si è assistito ad una riduzione delle “agende ambulatoriali” per visite a tempo debito.

«Quali consigli dare?», si interroga la giornalista. «I pazienti che hanno perso l’opportunità di controllo vengano riagganciati dal loro centro di riferimento, non si sentano abbandonati, riprendano un “follow up” regolare». Il prof. Stefanini sta visitando persone che hanno mancato la visita di controllo della scorsa primavera, praticamente in ritardo di un anno. «Usciamo da un periodo in cui il paziente anziano cardiopatico è stato chiuso in casa». Ha ridotto le camminate, si affatica facilmente ed è sempre più difficile discriminare tra l’affanno dovuto a mancanza di funzionalità o perché manca l’abitudine a muoversi. Elenca le azioni più importanti per un paziente ad alto rischio, innanzitutto «non aver paura di andare dal medico per ricevere la dovuta terapia. Muoversi, uscire, fare passeggiate». Per chi non è stato vaccinato, «ridurre al minimo il rischio di contagio. Non viene solo dall’esterno ma anche dalla propria famiglia». Accenna alle manifestazioni d’affetto dei nipotini che vanno a trovare il paziente dimentichi dei Dispositivi di Protezione Individuale. Infine, non aver paura di vaccinarsi.

Melania Sorbera chiede ancora come riconoscere i sintomi per persone che non sospettano di avere una patologia cardiaca e accenna a chi arriva alla sesta decade d’età. «Mai sottovalutare due sintomi fondamentali, un dolore al centro del petto che dura diversi minuti anche se si risolve spontaneamente e l’affanno», lo sforzo provato per esempio nel salire due piani di scale. Occorre una grande attenzione ai fattori di rischio cardiovascolari, «si può ridurre in modo incredibile il rischio di avere un infarto nei successivi dieci, vent’anni». «Una maggiore territorialità di assistenza sanitaria è importante, per la gestione della patologia in fase cronica è importante poter accedere ad una struttura territoriale che gestisca il paziente in tutte le sue sfaccettature».

Piergiacomo Oderda

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